agosto 3, 2018 amministro

GIALLO ROSTI
Diario di una stagista
Al termine della notte

Giovedì – Rosti di sera

Verso sera, verso il fiume, pedalando da sola, immaginando di parlare con l’Inq.

«Devo dirti una cosa, Inq. La verità è che io ho sempre odiato i tessuti artificiali»

«Perfino un 2% di elastan in una maglia mi infastidisce la pelle, mi rende nervosa»

«Non metto mai i collant, mai, e quando voglio vestire da donna indosso le calze di seta»

«Di mia iniziativa, non avrei mai comprato abbigliamento sportivo in tessuto tecnico»

«Ho sempre considerato con sufficienza questa fissa dell’abbigliamento tecnico di chi va in montagna, in bici, in barca o a cavallo…»

«La motivazione delle prestazioni? Ridicola, un pretesto. Questi ciclisti in livrea da gara, o anche i motociclisti… modaioli ad alto tasso d’infantilismo, bambinoni travestiti da supereroi, con le tute magiche dei loro idoli»

«Poi sono arrivata qui, sei arrivato tu, mi hai buttato in mezzo a una strada a pedalare, e mi hai detto mettiti questi, vedi se ti vanno bene…»

«Inq! Questa roba funziona. Adesso ho capito. Queste tute sono veramente magiche»

«Ora sono anche io una supereroina. Che ci sia il sole, la pioggia, il freddo o l’umidità io non mi faccio abbattere dagli agenti atmosferici. Sono un agente speciale. Un essere speciale.»

«Quando hai un animo nobile e portato all’impresa, entri con naturalezza nei panni di Achille, o di Re Artù, o anche di Paperinik»

«Una divisa tecnica, ora lo so, ti fa davvero diventare speciale. Come nella mitologia antica, come nei fumetti. Il mantello magico ti rende invincibile, ti conferisce poteri sovrumani»

«Insomma, Inq, quello che volevo dirti è che hai ragione: questa non è una seconda pelle, è la pelle autentica, perché corrisponde al tuo animo».

E se qualcuno mi dirà: «Ma come? Tu non eri quella per cui niente supera i tessuti naturali?»

Allora dirò: «Mi sbagliavo: sopra i tessuti naturali, ci sono i tessuti soprannaturali»

Grazie Inq, mi hai aperto una dimensione nuova, oltre il mio snobismo. Fine della sviolinata.

Nel pomeriggio ho riportato la Bianchi al Rosti Bar e ripreso la MB hi-tech. La tappa di oggi come era nelle previsioni si è rivelata inutile e noiosa. Demare ha vinto la volata su Laporte e Kristoff, per il resto è stata un puro trasferimento in attesa delle ultime due opportunità prima della passerella finale a Parigi: la tappa di montagna dura di domani e la crono di sabato.

Risalendo i colli di Bergamo al tramonto stasera vestivo la divisa della linea Rosti “Art for Visibility”, molto gialla, molto fosforo, molto appariscente, e perciò “passivamente” molto sicura. Nessuno mi investirà, nessuno potrà dire: «Non ti avevo visto!».

Il Tour volge alla conclusione, e ci vorrebbe un miracolo perché Bardet domani possa prendere la maglia gialla, dovrebbe fare un’impresa mitica, staccare tutti di 6 o 7 minuti.

Anche il mio Tour dei Paesi Rosti è quasi completato. E ho sempre meno tempo per risolvere il giallo “a rebours” della mia vita, sulle tracce non di un assassino, ma di un procreatore. Mio padre.

Venerdì – al termine della notte

Lourdes, niente miracoli. Bardet ci prova, ma chi riesce a staccare tutti è lo sloveno Roglic. Thomas secondo, Bardet terzo. Gli scienziati del Rosti Bar stanno già facendo l’anatomia di questo Tour. Morti i velocisti (quasi tutti ritirati, eccetto lo stoico-eroico Sagan, lui sì un personaggio da fumetti), morti gli scalatori (Nibali ritirato, Quintana invecchiato, Bardet incompiuto) i nuovi vincenti sono atleti come Froome, Thomas e Dumoulin, cioè cronomen e pistard che funzionano come motori a iniezione elettronica, con la centralina programmata in base al percorso.

Stamattina per caso in un bar a Milano sono stata disgustata dalla mielosa dolcezza della voce di un uomo che vicino a me parlava al telefono, diceva: «Ciao amore, ti amo tanto cucciola…». Subito dopo era diventato ansioso: «Aspetta! Dimmi che mi mandi un messaggio stasera…». Ma lei aveva già chiuso, e lui, penoso: «Amore, amore, ci sei, pronto?».

Poco dopo sostenevo l’esame su Céline. Ma pensavo all’Inq, che è a Parigi. La domanda finale è stata sul romanzo capolavoro, il “Viaggio al termine della notte”. Pubblicato nel 1932, è il romanzo che smitizza con 50 anni d’anticipo la frenesia della vita moderna. Le notti in giro per la città in cerca di brandelli d’amore, la libertà ridotta a esercizio sessuale, il disgusto e la noia fino all’esplosione della follia, alla tragedia insensata al termine delle notte. Giornate e settimane alienanti e inutili per permettersi serate ancora più alienanti e inutili.

Il protagonista-narratore, alter ego di Céline, si chiama Bardamu, ma io lo vedo e lo sento con la faccia e la voce dell’Inq. e finalmente lo sento reale, e capisco il senso di queste ore strane, sospese, d’insonnia al termine della notte, quando l’assurdo ti spinge al tragico.

Scrive Céline-Bardomu: «Il peggio è che ogni sera ci si domanda come si troverà il giorno dopo abbastanza forza per continuare, dove si troverà la forza per quei tentativi stupidi, per quei mille progetti che non arrivano a nulla, per quei tentativi di uscire dalla schiacciante necessità, tentativi che falliscono sempre, e tutti per convincersi una volta di più che il destino è insormontabile, che bisogna ricadere in basso, ogni sera, sotto l’angoscia di questo domani sempre più precario, sempre più sordido».

C’è un dialogo che vorrei leggerti, Inq, alla fine del romanzo (anzi: “al termine” del romanzo). Siamo in un’auto con due coppie alla deriva, al termine della notte. C’è una donna in preda a una crisi isterica, sta supplicando l’uomo, gli chiede di andare con lei, passare la notte (quel poco che ne resta) con lei, stare con lei. Lui è esaurito, per un po’ non dice niente, sopporta, sta zitto. Lei lo minaccia, gli dice ti denuncio, gli dice ti amo, lo insulta, lo prega.

Alla fine lui non ce la fa più, inizia a parlare, e le fa un discorso terribile: «Ma sì, hai ragione, io me ne strafotto di tutto, anche di te… Non prenderlo come un insulto… Ma io non ho più voglia di essere amato! Mi disgusta!».

Lei sul momento non capisce, è sconcertata, gli chiede di spiegarsi meglio. E lui, Robinson, l’amico di Bardamu, si lascia andare, si sfoga, e le dice tutto.

«No, non sei mica te, è tutto che mi disgusta! L’amore specialmente! E tutti i sentimenti che vai a cercare perché io rimanga incollato a te, mi fanno l’effetto di insulti. Tu non te l’immagini nemmeno come sei disgustosa col ripetere quel che dicono tutti, che non c’è niente meglio dell’amore! Fai la sentimentale, mentre sei una cagna… copri la carne marcia con salsa di tenerezza… Ma arrivi troppo tardi, non attacca più con me… A me l’amore mi fa schifo, ci sputo sopra… l’amore, cos’è l’amore alla fine, è l’infinito alla portata dei cani…»

L’auto si ferma. Siamo all’epilogo. Per l’ultima volte lei gli chiede: «Vieni con me?».

Lui risponde: «No! Fai quello che vuoi»

E che cosa fa lei? La reazione della donna vi lascerà a bocca aperta!

Scopritela leggendo “Viaggio al termine delle notte”, di Louis Ferdinand Céline.

Sabato – si alza il vento

Crono con finale thrilling, per 1 solo secondo vince Dumoulin su Froome. Terzo è Thomas, senza mai rischiare di perdere la maglia gialla. Ormai per il gallese è fatta. Inaspettatamente, anche Bardet fa un’impresa arrivando con un tempo niente male in una disciplina a lui ostica, e recupera posizioni in classifica.

Stamattina full immersion nel sito della ex Caproni, a Brembate di Sopra, da non confondere con Brembate e basta, sede del maglificio Rosti, 20 km più a sud. Di questa grande fabbrica dove ha lavorato il mio nonno senza nome non resta nulla. L’area è adesso occupata da un’altra grande fabbrica multinazionale, la Philco. Ma io so come regredire per sentire la memoria dei luoghi. Mi aiuto fumando dell’erba che ieri sera la madre superiore del convento-ospizio dove alloggio mi ha regalato.

«So che a voi giovani piace», mi ha detto, spiegandomi che la marijuana e il luppolo sono piante officinali della stessa famiglia, che le suore coltivano da secoli, per diversi motivi.

E mi torna in mente quello che mi hanno detto a Crespi gli amici birrai dell’Inq.(una tribù fluviale Valcamonica), e cioè che è stata effettivamente una suora ad aver inventato la birra luppolata, la birra amara oggi molto di moda (IPA e sorelle), proprio con lo scopo di renderla meno dolce, e più “medicinale” (dei gusti delle suore parleremo in un apposito saggio).

Così inizio il mio viaggio-allucinazione nella CAB di Brembate, Caproni Aereonautica Bergamasca, attiva dal 1920 al 1946, con più di 1000 operai (il gruppo Caproni aveva molte altre fabbriche nel Nord Italia, produceva non solo aerei, ma anche i curiosi sommergibili “tascabili” biposto e i famosi motoscafi-motosiluranti MAS. Complessivamente occupava 50.000 operai, e un posto di primo piano nella storia dell’industria aeronautica).

I due personaggi che voglio evocare in cerca di mio nonno (e quindi di mio padre) sono l’ingegner Caproni, e l’aviatore Antonio Locatelli. Su di loro ho letto di tutto e di più.

Vale la sintesi che mi ha dato un vecchio archivista: «Caproni sicuramente un genio, Locatelli sicuramente un super-uomo, ma entrambi condannati alla “damnatio memoriae” per i loro strettissimi legami con il regime fascista, così come la Caproni-azienda».

Mi sdraio sul prato lungo il fiume, dove ai tempi c’era la pista di volo, chiudo gli occhi, e mi fumo l’erba delle suore.

Vedo il primo aereo costruito da Caproni, basandosi sui disegni di Leonardo, con quelle ali da uccello predatore. Vedo l’aereo usato da Locatelli per fare con il suo amico D’Annunzio il “volo su Vienna”, un’azione “ardita e futurista”: una pioggia di fogli volanti con stampato sopra “NOI FACCIAMO LA GUERRA AL VOSTRO GOVERNO”. Quel giorno nasceva una nuova parola, e una nuova forma di comunicazione: il “volantino” (ma oggi anche gli italiani che l’hanno inventato preferiscono dire “flyer”, in inglese. Siete ridicoli. Come quando dite “giunior” pensando che “junior” sia una parola inglese, e invece è latino, come la Juventus).

La canna comincia a fare effetto.

Per notti intere ho passato al vaglio elenchi su elenchi di nominativi di operai della Caproni in cerca di un cognome da associare a Cesare, l’unica cosa che so di mio nonno, il nome.

Ne ho trovati 7, li ho inseguiti nei meandri dell’archivistica incrociata, ma nessuno di loro è mai emigrato in Francia. Rilassati, Sophie. L’erba delle suore è buonissima.

Aspiro un tiro lentissimo e lunghissimo, profondo come la prima nota della musica per organo di Bach che ho nell’auricolare. Libero la mente, torno alle immagini degli aerei Caproni.

Alzo a palla (si dice così?) il volume del mio mp3, e la fuga di Bach prende velocità e adrenalina come un biplano al decollo. E nella mia testa, nel cielo sopra di me, i suoni rincorrono le immagini dei Caproni volanti, questi animali mitologici con le ali di tela e il cuore d’acciaio… Mi tiro su di colpo, gli occhi sbarrati. Spengo la musica. Sono una deficiente.

Cosa mi aveva detto la vecchia vicina di casa di mio nonno a Marsiglia?

«Un camerata italiano, che aveva lavorato alla Caproni».

E io da brava formichina mi ero messa a cercare un operaio della Caproni. Adesso la regressione immaginifica nello scenario reale mi aveva fatto vedere ciò che avevo sempre avuto davanti agli occhi. In quasi tutte le foto celebrative o di gruppo, insieme agli aerei, e all’ingegnere, e al pilota, comparivano sempre svariati personaggi, con delle facce da bulli e delle pose marziali. Non indossavano tute da operai, ma divise paramilitari. Squadristi, miliziani. Fascisti. Faceva il camerata, alla Caproni. Faceva il servizio d’ordine, la sorveglianza. La repressione di ogni idea o iniziativa sindacale o socialista. Mio nonno un picchiatore, una spia, un cane da guardia. Per questo, crollato il regime, aveva cambiato aria.

Devo ricominciare da capo con la ricerca. Cercare un Cesare nelle milizie o nelle altre organizzazioni paramilitari del partito o del regime che abbiano avuto rapporti con la Caproni.

Monto in bici, voglio rientrare a cannone nella mia cella con la connessione veloce al convento-ospizio di Bergamo Alta. Ma nella foga m’impunto male su avvallamento, mi ritrovo a volare sui sassi. Sbatto violentemente la testa su una pietra. Mi ritrovo stordita, in lacrime. Il caschetto protettivo praticamente sfasciato.

«Non metterò mai questa ridicola scodella in testa» avevo detto.

«Invece la metterai, e un giorno mi ringrazierai» mi aveva risposto l’Inq. allacciandomelo in testa, con quella sua espressione feroce da obbedienza immediata. Grazie Inq.

Qualche ora dopo, verso la mezzanotte, lo trovo. Nei diari dell’ingegner Caproni.

Mio nonno si chiamava Cesare Rossi, originario di Brembate, era un fascista della prima ora, e un marinaio d’acqua dolce. Sommozzatore, sommergibilista, aveva fatto parte degli incursori della flottiglia Decima MAS (Memento Audere Semper, ricordati di osare sempre), pazzi completi che guidavano i siluri cavalcandoli! Trovo una foto dove è giovanissimo, 1921, in tuta da sub, sul Lago Maggiore, impegnato nelle operazioni di soccorso del Trans-Aereo, il più assurdo e poetico dei progetti Caproni, un veliero con le ali, una nave volante. Una specie di sogno infantile, che riconosco subito, l’ho già visto.

“Si alza il vento” è uno dei più bei film d’animazione mai realizzati. Opera del grande Miyazaki, premio oscar 2013, è la storia di un ragazzino giapponese che sogna di volare e costruire aerei fantastici. Ecco dove avevo visto il Trans-Aereo. Ero certa fosse un’opera di fantasia, e invece è un omaggio al genio visionario dell’ing. Caproni.

Alla fine, c’è una frase che dà senso al film.

«Prima si sogna una cosa, e poi la realtà si adeguerà». 

Domenica – la terra tra i due fiumi

«Da bambino, tornando a casa da scuola in bici, sognavo di partecipare un giorno al Tour de France». Le parole di Geraint Thomas sul podio di Parigi sono semplici, belle, vere.

«Oggi sono qui in maglia gialla, e mi sembra assurdo, irreale.»

«Voglio dire a ognuno di voi: non smettere di inseguire i tuoi sogni. Vivrai momenti esaltanti e terribili, finirai in ginocchio, io sono finito a terra un sacco di volte, ma se ci credi davvero e lavori duramente, tutto è possibile, i sogni si possono realizzare».

Gli altri vincitori di questo Tour sono: Sagan (maglia verde degli sprinter), Alaphilippe (maglia a pois degli scalatori) e Latour (maglia bianca dei giovani).

Latour? Latour corre per la AG2R, e veste Rosti!

Dal web: «Il giovane marchio Rosti vince nella categoria giovani con Pierre Latour…»

«Alla sua prima partecipazione al Tour de France, Rosti sale sul podio di Parigi in maglia bianca, e scrive il suo nome nell’albo storico..».

Seguo la cerimonia delle premiazioni in tv, e a un certo punto lo vedo, solo per un attimo, ma è lui, inconfondibile, è l’Inq. che si complimenta con Bardet e Latour, e sorride, sembra felice, commosso. Un minuto dopo mi suona il telefono.

«Ciao Sophie, ho l’aereo a mezzanotte, arrivo all’una» mi dice. Mi chiede se posso andare a prenderlo, mi dice dove prendere l’auto, a chi chiedere le chiavi.

Prima di riattaccare, mi chiede anche: «Sophie, hai trovato quello che cercavi?»

Gli rispondo: «Quasi, ma ho paura di girare l’ultima pagina»

Qualche ora dopo siamo in auto insieme, in autostrada, di notte. L’aereo è partito in ritardo ed è arrivato in ritardo. Sono quasi le tre quando usciamo dall’aeroporto.

«Si, sono contento, molto contento, ma non ho voglia di parlare».

Capta la mia delusione. E dopo un istante aggiunge: «Però ti ascolto».

E allora inizio a parlare, alla rinfusa, come se dovessi dirgli tutto, riferirgli il caos che ho nella testa, le mille connessioni dei miei tre tour incrociati, il Tour de France, il viaggio nel territorio-carattere Rosti, la ricerca di mio padre.

«La parola è follia. Follia di chi organizza il Tour con in testa solo le cosiddette esigenze televisive, e non la storia, non lo sport, e così il Tour diventa uno spettacolo televisivo, ma gli spettacoli televisivi sono mostri fatti di retorica, sceneggiate, ipocrisie, esibizionismi, sono mostri che si nutrono di polemiche, insulti, dietrologie, congiure, scandali, psicodrammi, guerre di potere, di sponsor, di doping, di diritti tv… e tutto per attirare sempre più spettatori, non per farli innamorare o educarli allo sport, ma per rincretinirli, renderli teledipendenti creduloni, e schiavizzarli con le scommesse, il loro modello è il calcio…

«… ma cosa preoccupa veramente chi ha in mano le sorti del Tour? Che gli ascolti televisivi del Tour sono in calo costante! E quindi cosa fanno? Travisando completamente il messaggio che arriva dal pubblico, invece di recuperare i fattori di autenticità della corsa, la drogano ancor più di ingredienti spettacolari. Le partenze in stile formula uno!»

«Allora, chi protegge e fa vivere realmente uno sport, una tradizione, una cultura? Chi lo pratica. Gli appassionati veri, di ogni disciplina, livello, età, sesso e appartenenza sociale. Questa è la sorgente. A valle ci sono i grandi campioni, i grandi sponsor, la grande visibilità, il grande pubblico, cioè il business, e a volte il business, specie quando è globale, inquina, prosciuga e uccide la sua stessa sorgente.»

«In mezzo ci siete voi, che venite dalla sorgente e adesso siete arrivati al Tour, voi che vestite i veri appassionati e anche i grandi campioni. Voi adesso potete mettervi comodi nel sistema, oppure darvi da fare per conto della sorgente, e cioè riportare i grandi campioni alla sorgente, e le grandi corse agli appassionati veri. Non una sfida da poco.»

«E la parola è ancora follia. Non la follia opaca del sistema, ma la lucida follia dei sognatori, dei ribelli, dei passionali, dei geni e dei pazzi. Capaci di follie divine. Un’idea folle in testa, e realizzarla. Sto parlando della mia indagine sul carattere-territorio Rosti. C’è sempre di mezzo il fiume, la terra, l’acqua, e la voglia di fare un salto, superare l’ostacolo. Leonardo da Vinci vuole navigare in salita, e inventa le chiuse. Colleoni vuole navigare al di là dei monti, e inventa la logistica integrata (smonti, trasporti, rimonti). Caproni vuole far volare una nave, e trasforma le vele in ali»

«E la follia dei grandi artisti “venuti fuori” da questo territorio, nel raggio di 30km dal maglificio? La follia di Caravaggio, del Tasso e di Donizetti? In un bar di Bergamo c’è una lista di cocktail dedicati a questi giganti. Nella prima pagina c’è scritto: “Se nella tua città sei un malato di mente, e nel resto del mondo un genio, sei di Bergamo”»

«Ultima follia: mio nonno era un pazzo, un super-fascista, tutto quello che scopro mi spaventa, mi spaventa e mi attira…»

L’Inq. ha ascoltato tutto il mio orgasmo di parole senza battere ciglio.

«Di cosa hai paura?» mi chiede.

«Di incontrare mio padre» rispondo.

Subito dopo sto già rovesciandogli addosso tutto quello che ho scoperto stamattina, con l’aiuto fondamentale di Claude, il mio amico nerd di Marsiglia (e della fibra veloce delle suore).

«Mio padre Vittorio è nato Marsiglia nel 1974, quando suo padre aveva già 74 anni!»

«Conosci Marsiglia? Ti cito a memoria un brano di Claude Izzo, scrittore marsigliese di origine italiana: “a Marsiglia chiunque, di qualsiasi colore, poteva scendere da una barca o da un treno, con la valigia in mano, senza un soldo in tasca, e mescolarsi al flusso degli altri. Una città dove, appena posato il piede a terra, potevi dire: ci sono, è casa mia”»

«Te ne cito un altro, che andrebbe bene anche a descrivere il territorio Rosti: “Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Qui bisogna schierarsi. Appassionarsi. Solo allora ciò che c’è da vedere si lascia vedere”.»

«Il vecchio è vissuto fino a 97 anni, è morto l’anno in cui sono nata io. Suo figlio, mio padre, faceva il bagnino e l’istruttore di vela, poi è passato al rafting, poi al kitesurf. Porta in giro la gente a fare vacanze avventura, oppure lavora nei grandi villaggi turistici. Ha una ex moglie mezzo algerina proprietaria con lui di una catena di locali notturni in Spagna, e una moglie attuale siciliana, che ha trasformato la tenuta di famiglia in un resort di lusso.»

«Fa avanti e indietro Spagna e Sicilia. Ha una faccia un po’ così, e un po’ ti somiglia»

«Non credo abbia figli. Oltre a me, intendo. Ma chi può dirlo?»

Usciamo dall’autostrada, siamo quasi arrivati al maglificio. Imbocco la grande rotonda

«Vai giù al fiume» mi dice l’Inq. indicandomi la strada che scende a Crespi d’Adda.

Sono le quattro, in cielo una luna quasi piena. Attraversiamo tutto il villaggio fino al cimitero. Che è chiuso. L’Inq. scende e si avvia lungo il muro di cinta. Lo seguo in silenzio.

Prendiamo un sentiero nel bosco che fiancheggia il cimitero. Dopo cinque minuti siamo in un sottobosco fitto. C’è un silenzio perfetto, che conosco. Quando gli uccelli notturni smettono di fare i loro versacci, e quelli diurni non hanno ancora iniziato a cinguettare.

Poi comincio a sentire un brusio, un rumore di sottofondo che proviene dalla destra del sentiero, sempre più forte. Poi il fogliame si apre, ancora un passo, e mi ritrovo in paradiso, al chiaro di luna. Oltre il cimitero di Crespi, c’è il paradiso.

Davanti a noi lo spettacolo dei due fiumi che si uniscono. Una sottile lingua di terra sabbiosa.

Alzo lo sguardo: a destra, a sinistra, davanti vedo solo acqua e boschi. Dell’orribile civiltà nemmeno una traccia, nessuna casa, campanile, capannone, nessuna strada o palo delle luce. Nessuna barca nel fiume, nessuna persona in vista, niente, solo acqua e boschi. So benissimo che dietro l’ansa ovviamente ci sono paesi, fabbriche, autostrade, centri commerciali e masse infelici di persone. Ma qui, adesso, non ci sono. Respiro.

L’Inq. si siede sulle caviglie. Allunga una mano nell’acqua, e comincia a parlare.

«C’è una canzone che parla di amicizia, e della paura di crescere. E del fiume»

«Non ricordo bene le parole, è in inglese. Parla di questi amici che hanno un luogo segreto nel bosco, in riva al fiume, dove ognuno va a ritrovare sé stesso. Dice: il fiume è il tuo spirito, il tuo richiamo, la tua sorgente. Guardi l’acqua scorrere, e a un certo punto il fiume sei tu»

«Il fiume ci sarà sempre. Il fiume è tua madre, il fiume è tuo padre. Tu sei figlio del fiume»

«Avevi la morte nel cuore quando sei arrivato al fiume, ma adesso hai la luce negli occhi»

Siamo al termine della notte. Prime luci dell’aurora. L’Inq. si alza, mi fa un cenno, rientriamo. Mezz’ora dopo siamo al maglificio, lui vorrebbe lasciarmi la macchina per tornare a Bergamo, ma io ho voglia di bici, di pedalare all’alba per questi 20km. Monto in sella, ma mi chiede di aspettarlo un momento. Torna e mi infila un pacchettino nello zaino che ho sulle spalle.

Quando arrivo sulle mura di Bergamo lo spettacolo del nuovo giorno è perfetto.

Mi fermo sullo spalto più alto, mi godo l’istante. Come se la nuova giornata portasse con sé una nuova voglia di vivere, una nuova vita, nella quale tutto è possibile, e la felicità è per tutti.

Apro lo zaino, apro il pacchetto. Per me, della mia misura, bellissima, c’è la maglia bianca Rosti del Tour de France 2018.

C’è anche un biglietto scritto rapidamente.

«Mandami l’ultima puntata del tuo diario, prima di partire per la Spagna o la Sicilia. Non dimenticarti del maglificio Rosti, Sophie! E se proprio cerchi una famiglia, qui ne hai trovata una che ti accoglierà sempre».

GIALLO ROSTI – Il Tour di Sophie by Sophie B. (5 – fine)