luglio 27, 2018 amministro

GIALLO ROSTI
Diario di una stagista
La strada, più semplice dei libri

21 Luglio – non farmi parlare

Lo stato d’animo e di salute mentale dell’Inquietante non è buono. Da due giorni alterna mutismo e sfoghi di collera. Sembra Jack Nicholson nella camicia di contenzione in “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. 

Dice: «Non farmi parlare», e due minuti dopo è un fiume in piena. 

«Gente che conosco mi ha scritto: brucerò la maglia Rosti».

«Gente che non conosco mi ha scritto: sei ignorante te, e anche le cose che fai».

Ai miei occhi di topina da biblioteca incarna un canone preciso della letteratura e della pittura romantica: l’eroe “ferito a morte”. Se ne sta accasciato e tragico come Germanico, inerte come Marat nella vasca.  A momenti è un Amleto, poi un Werther, un Faust, un Robespierre.

«Ho passato due giorni a cancellare messaggi». 

«Ma dalla testa, dai nervi, non si cancellano». 

Che cosa è successo? Chi ha deturpato la favola Rosti? 

L’episodio chiave è stata non tanto la caduta di Nibali (caduto, fratturato, ritirato  dopo essere stato agganciato dalla tracolla delle macchina fotografica di uno spettatore cretino, in un momento decisivo di una tappa decisiva) quanto gli effetti psicopatologici scatenati dai media (scientemente o ignorantemente, ed è grave in ogni caso) in un pubblico frustrato, fragile e facilmente eccitabile e irreggimentabile. Il fatto è che il telecronista della tv, forse vittima del proprio romanticismo, appena dopo la caduta di Nibali ha annunciato che i 4 moschettieri rivali (Froome, Thomas, Dumoulin e il nostro Bardet) con grande fair play stavano rallentando per aspettate Nibali. Un istante dopo tutti vedevano Bardet scattare avanti, e Bardet è diventato una specie di Giuda, un vermouth francese, un infame mangia-rane. 

In realtà, come poi hanno dichiarato tutti i protagonisti, nessuno si era reso conto della caduta di Nibali e non c’era nessun patto di fair play, se non nella fantasia del telecronista. Che poi ha cercato di spiegare, difendendo Bardet, ma ormai la frittata era fatta, e il capro espiatorio individuato. Bardet, il francese, è diventato il colpevole di tutte le nequizie di questo Tour (che non sono poche, in effetti), per cui Bardet è una merda, la sua maglia una merda, la AG2R una merda, e Rosti una merda doppia, una merda venduta, al servizio della merda francese. 

«Non farmi parlare».

Come se tutti i valori Rosti, costruiti in 30 anni di lavoro, possano essere sputtanati in un attimo, assurdamente. Come è possibile, sembra chiedermi l’Inquietante. 

Vorrei spiegargli che il corto circuito comunicazionale è un fenomeno tipico della società dello spettacolo, basata sulla persuasione mediatica di massa. In un attimo un santo diventa un infame, un idiota diventa un genio. Rien va plus. 

In un clima ogni giorno sempre più esacerbato, avvelenato, questo Tour sta diventando un brutto spettacolo di insulti, sputi, pugni, placcaggi, fischi.

Lo stato “ferito a morte” dell’Inq. mi fa venire in mente anche la foto/icona del marine inarcato a braccia spalancate, appena colpito da una fucilata alle spalle. Che a guardarlo bene è un Cristo in croce. E vedo anche il Che Guevara tradito, ucciso, deposto su un tavolo della questura. Che a guardarlo bene è il Cristo Morto del Mantegna appena visto a Brera/Milano.

Vorrei parlargli del mio idolo, Guy Debord, l’autore de “La società dello spettacolo”, che già 30 anni fa preconizzava la dittatura dello spettacolo capace di trasformare ogni fenomeno autentico (lavoro, sport, amore…) in una merce artificiale, artificialmente costruita, a sostegno del dominio di elites finanziarie “meccaniche e crudeli” su una massa “amorfa e sognante”. Vorrei parlargli del motto-programma dei neo-situazionisti, il movimento culturale “Debordante” per “la rivolta dell’arte e l’arte della rivolta”. Questo motto/programma è costituito dal più lungo palindromo conosciuto nelle lingue conosciute. Ma immagino già l’Inq. chiedermi: «E che cosa sarebbe un palindromo?», ed io che balbetto atona: «Una parola o una frase di senso compiuto che puoi leggere sia da sinistra a destra che da destra a sinistra». Ad esempio: il fiume “Adda” è una parola palindroma, ok? 

Però mi manca il coraggio di recitargli il super-palindromo, che tra l’altro è in latino. IN GIRUM IMUS NOCTE ET CONSUMIMUR IGNI. La vedi la geometria del palindromo? Riesci a leggerlo da ds a sn, vedi che è identico? Ma è il significato, la traduzione che gli piacerebbe, e potrebbe essere il motto Rosti e fratellanza delle tribù del fiume: “andiamo in giro di notte e siamo consumati dal fuoco”. 

Lui mi guarda, capisce che vorrei parlargli di tante cose, e dice «Non dirmi niente». 

Non è il momento. Capisco che devo togliermi di torno.

Vado al Rosti Bar a vedere la tappa di oggi. Il fattaccio di oggi, la Tour…bativa di oggi, è il sit-in di protesta dei contadini e l’intervento della Gendarmeria armata di spray urticante, con molti atleti vittime di infiammazioni agli occhi. Ogni giorno succede qualcosa che deturpa il Tour (de Tour pathos!).

Alla fine diciotto (18) minuti è il distacco che la prima fuga vincente del Tour riesce ad accumulare sul gruppo degli uomini di classifica. Vince lo spagnolo Omar Fraile, con il lutto al braccio, come tutta la Astana. In persiano Astana vuole dire “porta reale”, è una città di 1 milione di abitanti, ed è la capitale più fredda del mondo, ghiacciata 6 mesi l’anno (media invernale -30°, record -51°). Il lutto è per Denis Ten, campione olimpico kazako di pattinaggio su ghiaccio assassinato a coltellate pochi giorni fa, nel corso di una rapina. Agghiacciante. 

La maglia gialla Thomas arriva in trio insieme al compagn/capitano Froome e a Dumoulin, preceduti di una decina di secondi dallo sloveno Roglic e seguiti con simile ritardo dal nostro Bardet. Questi uomini sono anche i primi 5 in classifica, ma gli scienziati del Rosti Bar ormai ritengono che il Tour sia un affare interno tra i due alfieri dello squadrone Sky, con Dumoulin come terzo incomodo. Pare evidente che Thomas sia l’uomo più in forma, ma dal punto di vista mediatico l’eventuale quinto Tour vinto da Froome sarebbe un business più redditizio per tutti, sarebbe il 5° uomo a vincere 5 Tour e andrebbe a raggiungere i grandi giganti del pedale Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain. Vedremo nei prossimi giorni.

Sto per andarmene quando il vecchiaccio capo dall’occhio laido (chiamato “il Gino”) mi scruta e mi dice: «Se vieni nel garage sul retro ti faccio vedere una cosa che ti piacerebbe».

Non so bene come rispondere, e lui strizza l’occhio ai suoi amici che sghignazzano.

«Se vuoi veniamo anche noi» dice il tizio chiamato Marelli. Altre risate. 

Interviene ”la Mery”, la signora del bar, tipica ex donna di piacere dotata di quella classe naturale, proletaria sexy, che sarebbe piaciuta a Maigret.  Dice: «Non ascoltare questi cattivi ragazzi. Sono solo vecchi maschi in calore. Vieni con me». 

La seguo nel retro, usciamo in un cortile, apre un garage. Appesa al muro c’è una Bianchi da corsa di 30 anni fa, verde-acqua, esattamente sorella di quella che mio nonno tiene come un’opera d’arte appesa nella biblioteca. 

«Dovrebbe essere come quella di tuo nonno, giusto?»

«Il Gino dice che se devi andare a Milano per l’Università su strada questa è meglio della mountain bike» 

«Si, ma… ». 

Come fa a sapere queste cose? Mi legge la domanda negli occhi.

«Abbiamo letto quello che scrivi su facebook, tu sei Sophie, no?» 

Questo non me l’aspettavo. Vado on line è vedo che Rosti sta pubblicando il mio diario! In sella alla Bianchi, torno al maglificio.

«Cosa pensavi, che lo tenessimo qui a fare la polvere?»

«Non volevi fare la scrittrice? Scrivi allora!». 

Brutta aria. Inforco la Bianchi d’epoca, rientro a Bergamo. La sera mi rileggo sul web questo mio “Diario di Sophie”. Mi sento improvvisamente molto responsabilizzata. 

22 Luglio – prendere il tram

Vado a letto presto, mi alzo prestissimo, e parto con la Bianchi per Milano, a fare l’esame su Céline. A Milano l’esame mi viene nuovamente spostato a data da definire. Molto infastidita, faccio un giro per la città, sentendomi molto chic sulla mia Bianchi da corsa con i palmer sottilissimi. Osservo i nuovi grattacieli a naso in su, e improvvisamente mi ritrovo per terra, in mezzo alla strada. La mia Bianchi invece prosegue la corsa da sola per qualche metro, come un cavallo scosso al Palio di Siena, prima di fermarsi e rimanere lì, miracolosamente in piedi sulle sue ruote, come in vetrina, non riesco a crederci. 

«Hai preso il tram, tipico incidente ciclistico a Milano» mi dice un ragazzo che mi aiuta a rialzarmi. Sono ancora tutta intera, e adesso capisco ciò che ha causato la mia caduta, e non quella della bici. I sottilissimi palmer si sono infilati nei binari del tram. Il ragazzo scuote la testa. «Non vanno bene per girare a Milano le bici da corsa, meglio le mountain bike».

Il pomeriggio è ormai inoltrato, quando mi fermo al Rosti Bar a vedere il finale di tappa.

Seconda vittoria in fuga, seconda vittoria Astana, di 29 fuggitivi a Carcasonne restano in tre, uno in maglia azzurra, uno in maglia bianca, uno in maglia rossa. Sembrano la bandiera francese mentre duettano (triettano) prima della volata, vince il danese dell’Astana Cort Nielsen. Poi il plotone dei big arriva tranquillo e rilassato, tutti insieme sul traguardo, come un gruppo vacanze. Gli scienziati del Rosti Bar si mettono a discutere su Gianni Moscon, l’italiano della Sky, espulso dal Tour. Il VAR, cioè la prova tv, lo ha visto dare un pugno a un collega (!) a inizio tappa. 

«Ma pugni ne sono sempre volati».

«Il VAR è uno strumento giusto, come i controlli antidoping, ma è anche una pistola carica in mano a chi comanda…».

«E se chi comanda è corrotto…».

23 Luglio – antieroi di frontiera

Oggi giornata di pausa al Tour, perciò mi dedico al mio Tour di GSP lungo il Brembo, Geografia Storica Panteista. No, Pantani non c’entra. Il Panteismo è una specie di religione della natura, per cui la Terra, la Madre Terra, è la divinità comune a tutti gli uomini, in ogni epoca. Nella terra lo spirito del luogo vive e rivive nel tempo, e nelle generazioni. In pratica GSP per me vuol dire che dopo esserti sciroppata 20 o 30 tomi di storia, monti in sella e vai fisicamente nel luogo e nell’ora e possibilmente nella stagione dove quella vicenda storica è accaduta, dove quel personaggio storico ha vissuto e agito. 

Entri nello scenario, chiudi gli occhi, ti sdrai e carichi il film storico nella mente. Regredisci, parti per un viaggio nel tempo, e quando riapri gli occhi sei sempre lì, ma nel 1450, o nel 1805, o nel 1932.  Sei l’Inquietante guerriero a cavallo Bartolomeo Colleoni, padrone di queste terre; sei l’Inquietante Pacì Paciana, il Robin Hood della Val Brembana che sfugge ai gendarmi buttandosi dai ponti di Sedrina; sei l’Inquietante aviatore Antonio Locatelli che collauda gli aerei Caproni. Ma sei anche il genio Leonardo da Vinci, che va avanti e indietro a costruire traghetti, chiuse e canali (e intanto disegna la prima mappa della Val Brembana). E sei anche la sregolatezza “bergamasca” di Arlecchino e di Torquato Tasso (e di Caravaggio e di Donizetti). 

Un film alla volta, ma anticipo già il carattere comune: l’eroe West Berghem (valle Brembana e Isola Bergamasca), al di là delle epoche e degli status, è il tipico anti-eroe delle terre di frontiera, un individuo insofferente al sistema, che si ribella e prende il potere, o lo combatte, o lo fugge. Insomma: un pazzo scatenato. 

A Venezia avevo visto qualche anno fa la famosa statua equestre, opera del Verrocchio. Ma nella bottega del Verrocchio c’era un ragazzino-apprendista di nome Leonardo da Vinci. E io guardando la faccia del Colleoni, e poi i disegni della battaglia di Anghiari, ti dico che il Colleoni è opera di Leonardo.

La faccia del Colleoni, la postura del Colleoni, il cavallo del Colleoni: sono realmente inquietanti. Quando lo incontri a Venezia, ti viene da abbassare la testa e spostarti, anche se lui è solo una statua. Un pazzo furioso.

Nel raggio di 15km dal maglificio Rosti visito 5 castelli con lo stemma dei “Tre Collioni”: il piccolo Castello di Solza, dove è nato nel 1395, poi i ruderi del Castello di Albegno, espugnato dai Colleoni nel 1405 (la prima azione di guerra del piccolo Bart, di 10 anni) e quel che resta del Castello di Trezzo, conquistato nel 1410, con il 15enne Bart che si arrampica sul mastio a strapiombo sul fiume per issare il vessillo dei “Tre Collioni”, il marchio di famiglia. Il Castello di Marne, in un tratto inaccessibile del fiume, è bellissimo (Bart non l’ha distrutto, se l’è comprato). Infine la Rocca di Bergamo, da cui vedi Milano e gli Appennini, dove il nostro nel 1455 crea la Scuola dei Bombardieri Veneti, il primo corpo di artiglieria della storia. Perché nel frattempo era diventato capitano generale di terraferma della Serenissima Repubblica di Venezia. Per quasi 4 secoli Bergamo, e la zona dell’Isola Bergamasca in particolare, sarebbe stata la roccaforte di frontiera terrestre della Serenissima contro il Ducato di Milano. Poi a inizio 800 siamo arrivati noi, i Francesi, Napoleone, abbiamo creato la Repubblica Cisalpina, e venduto Venezia all’Austria (della qual cosa, a Venezia non ci perdoneranno mai). Fine di un’epoca che era iniziata proprio ai tempi del Colleoni, l’Inquietante in versione 4cento. 

Andate a guardare la statua del Colleoni. Apparentemente scazzato, profondamente incazzato, è l’icona di una specie in via d’estinzione: il maschio antico, il maschio dominante.

Gambe larghe, spalle larghe, vedute larghe. E i collioni  pieni.

24 Luglio  – le idee folli

Tappa molto lunga, con grandi scalate, e discese vertiginose. Dopo 120 km, quando ne mancano ancora 100, partono in fuga in metà di mille. I fuggitivi arrivano a guadagnare fino a 12 minuti. Ci sono i nostri Latour e Franck della AG2R. 

Mentre guardo il Tour, leggo uno studio su Bart come innovatore nella scienza della guerra. 

Apprendo che Bart è considerato l’inventore della moderna carica di cavalleria (“tutta la forza in un sol assalto”) ma soprattutto è stato il primo a utilizzare le nuove armi da fuoco, con relative applicazioni: il carro armato (montando bombarde su carri tirati da buoi con l’armatura) e la nave corazzata (idem, sulle navi della flotta veneta). Idee folli. Ma l’impresa più folle: smontare 30 navi all’Arsenale di Venezia, caricarle su 2000 buoi, portarle via terra a Riva del Garda, rimontarle, metterle in acqua, e sbaragliare la flotta ducale milanese, che aveva occupato il lago e tutte le vie d’acqua d’accesso.  Un’idea ripresa secoli dopo dall’esploratore Fitzcarraldo, per portare una nave dall’Atlantico al Pacifico attraverso il Nicaragua. Al Tour avrebbe vinto la maglia del combattivo. 

Intanto al Tour di oggi in fuga solitaria davanti a tutti c’è Gilbert che però in discesa sbaglia una curva e vola oltre il muretto, nel bosco. Momenti di panico. Su questa stessa strada anni fa è morto l’italiano Casertelli (allora non si usava il casco). Fortunatamente Gilbert non si fa niente di grave, e riparte escoriato e sanguinante. Il telecronista: «Questi sono i ciclisti!». (In realtà Gilbert arriva con un ginocchio grande come un melone, e dovrà ritirarsi).

L’inglese Yates conquista l’ultimo GPM e si lancia velocissimo in discesa inseguito da Alaphilippe a 95 km/h! Improvvisamente, in una curva stretta, Yates scivola, e viene superato dal francese. Yates riparte dolorante  e prudente. Alaphilippe vince solitario e lanciato, il gruppo con i primi 5 in classifica arriva dopo 9 minuti. Latour conserva la maglia bianca. 

Domani andrò a Sedrina, il paese di Gimondi, e mi fermerò a guardare il Brembo solcato dai famosi 5 ponti: qui nel 1805 Pacì Paciana, brigante e benefattore, amato dal popolo, circondato dalle guardie, ebbe la folle idea di tuffarsi (e non morire!). 

La sua è una tipica storia di chi diventa fuorilegge per vendicare un torto ingiustamente subito e inizia una guerra personale al potere, ai ricchi, ai nobili, ai gendarmi. Imprendibile, Pacì Paciana appare e scompare in un baleno, come un angelo vendicatore. Detratto il necessario alla sua vita di bandito, divide il bottino delle sue rapine quotidiane  in tanti piccoli “gruzzoli” che poi distribuisce alle famiglie bisognose. Diventò leggendario per come si fece beffe della “sbirraglia” saltando dai ponti di Sedrina. Fu catturato qualche mese dopo, tradito da un amico, e giustiziato (da noi francesi, che volevamo ripulire le valli dai briganti).

25 Luglio, la verità della strada

Niente Sedrina, sono distrutta. Mi dedico alle ricerche d’archivio sulla Caproni. Poi mi immedesimerò in Antonio Locatelli, “eroe dell’aria” ai tempi dei biplani, l’unico ad aver avuto 3 medaglie d’oro al valor militare. Nella famosa cartolina da cui è iniziata la mia ricerca, è al posto di pilotaggio dell’aereo ritratto sulla pista del campo di volo della Caproni di Brembate. Ho una pista (!), ma non voglio anticipare niente, nemmeno a me stessa.

Passo due ore a non far niente, poi accendo la tv.

Tappa cortissima, tappa durissima, solo 65km, ma oltre la metà di salite. Partenza in stile Formula Uno. A 15km dall’arrivo c’è l’ultima salita, e l’estone/Astana Kangert è solo al comando. A 10 km col suo profilo azteco imperscrutabile Quintana lo raggiunge e lo supera. Dietro c’è solo Martin, a 20”, mentre il gruppo maglia gialla, con Dumoulin e con Bardet, è a 1’30’’. Ai 5 km Quintana sempre solo al comando, e Bardet non ce la fa. 

Ai 3km parte Roglic, Thomas sulla ruota, Froome pare in difficoltà.  Ultimo km in galleria, vince Quintana, Martin a 30”, Thomas a 50” con Roglic e Dumoulin, Froome sempre fischiato a 1’36’’ e Bardet a 2’36”.

Sul finale, un altro tifoso deficiente si sporge dalle transenne e cerca di afferrare Thomas, rischiando di farlo cadere. Il telecronista fa notare che questo deficiente indossa la maglia AG2R. Immagino il nervosismo dell’Inquietante, e nelle mie sinapsi scatta una connessione che non so spiegare ma solamente descrivere. In rapida successione mi vengono in mente: 1) l’immagine del neonato che emerge dalle gambe della madre come un naufrago dalle acque; 2) un brano di Céline, lo scrittore maledetto che sto studiando per l’esame, un brano tratto dalla sua tesi in medicina sul dottor Semmelweis, il medico-genio autodidatta che debellò completamente la cosiddetta “febbre puerperale” che a metà Ottocento negli ospedali uccideva di parto tra il 20% e il 40% delle partorienti; 3) una frase dell’Inquietante (“anche io da bambino a scuola ero un genio, solo che non mi piaceva la scuola”)

Cosa fece il medico autodidatta Semmelweis? In un’epoca in cui non c’era ancora un’idea molto chiara di cosa fossero germi e batteri, stabilì un provvedimento semplicissimo, e tuttavia a lungo osteggiato: l’obbligo per i medici del suo ospedale di lavarsi le mani tra un’anatomia e un parto. Da un giorno all’altro tutte le infezioni sparirono, le mamme non morirono più di parto, e i bambini nacquero sani.

E il brano che vorrei leggere all’Inq. è questo: 

“Da bambino Semmelweis non amava affatto la scuola, amava la strada. I bambini hanno, ancor più di noi, una vita superficiale e una vita profonda. La vita profonda di un qualsiasi bambino è la difficile armonia di un mondo che si crea. In questo mondo debbono entrare, giorno per giorno, tutte le tristezze e tutte le bellezze della terra. È l’immenso lavoro della vita interiore. Che possono mai i maestri e il loro sapere per questa gestazione spirituale, questa seconda nascita, dove tutto è mistero? Quasi nulla. L’essere che giunge alla coscienza ha come gran maestro il Caso. Il Caso è la strada. La strada, varia e molteplice di verità all’infinito, più semplice dei libri”.

GIALLO ROSTI – Il Tour di Sophie by Sophie B. ( 4 – continua)