luglio 11, 2018 amministro

GIALLO ROSTI
Il Tour di Sophie
Vorrei sposare Bardet!

 

Metà giugno

 

Bell’uomo, sui quarant’anni, a prima vista inquietante, pieno di tatuaggi, un orecchino enorme da aborigeno e una barba da eremita. Lo guardo negli occhi e vedo il fuoco che ha dentro.

Mi chiede: «Ti piace Bardet?»

«Io vorrei sposare Bardet!» rispondo col mio sorriso ingenuità/malizia. Un sorriso che padroneggio molto bene, dopo anni di esercizi allo specchio, e che di solito apre ogni porta.

Invece il titolare del maglificio Rosti non reagisce. Con il mio curriculum tra le mani, continua a fissarmi. Che cosa vede, che cosa pensa? Che potrei essere sua figlia?

Ho ventun anni, ma se voglio ne dimostro sedici. Sono piccola, magra, capelli neri e ricci, occhi verdi. Un angioletto, che crescendo è diventato un diavoletto. Da quando mi sono sviluppata sessualmente sono abituata a essere odiata dalle donne, e adorata dagli uomini. Con la felpa e il cappellino sembro un ragazzino; con la mini e i tacchi alti divento una lolita. Impiego circa 10 secondi per passare da un outfit all’altro. Un amico gay mi ha detto che “trasudo totale mancanza di freni inibitori e tabù mentali”, e perciò attiro gente border line, deviati, e fuori di testa in genere. Ecco, forse questo tizio ed io abbiamo qualcosa in comune.

Ma quegli occhi sono proprio infuocati. Resisto un po’, poi abbasso lo sguardo. Allora lui quasi con dolcezza mi dice: «Va bene, bella risposta. Però adesso dimmi la verità».

 

7-8 luglio

 

Prime due tappe del Tour: se non hai studiato geografia storica ti dico che siamo in Vandea, il west della provincia francese, sull’Atlantico. Questa è la regione reazionaria, che durante la Rivoluzione restò fedele al re e alla chiesa. Su queste stesse strade dove oggi si corre, le “colonne infernali” dei rivoluzionari parigini sterminarono 300.000 contadini vandeani, comprese donne e bambini, compiendo violenze atroci, torture, stupri, mutilazioni, scorticazioni. Sono passati più di 200 anni, ma certe ferite restano per sempre. La Vandea nella storia rappresenta la macchia della Rivoluzione francese, le “vittime collaterali”, lo scotto da pagare al progresso. Allo stesso modo, al Tour, la Vandea sembra essere la selezione d’ingresso, un tributo da pagare alla dea bendata degli spartitraffico e dei marciapiedi, i veri nemici del ciclismo su strada, con una serie di cadute singole, di gruppo, forature, ruote rottee ritiri.

Craddock che si rompe una spalla ma continua fino alla fine; Quintana che fora a pochi chilometri dal traguardo; il contestato Froome che riesce a limitare i danni dopo essersi fatto un volo fuori strada. Ma soprattutto, domenica, Leon Sanchez, una scena cinematografica:cade, ha moltissime contusioni ed escoriazioni, sembra volersi ritirare, fa per salire sull’ammiraglia e tu pensi: si ritira. Invece qualcuno gli mette davanti la bici di ricambio, e lui si rimette in sella.  Ma è solo un istante illusorio, non ce la fa, il gomito è fratturato, molla la bici, e sale sull’ambulanza. Dall’auto alla bici, dalla bici all’ambulanza, tutto in pochi secondi.

Sabato ha vinto la volata Gaviria su Sagan; domenica invece ha vinto Sagan su Sonny Colbrelli, il quale è stato capace sul traguardo di un colpo di reni che quasi spacca la bici. Fosse partito dieci metri prima ce l’avrebbe fatta. Credo, questa l’impressione che ho avuto.

Vuoi la verità? La verità è che non so niente di ciclismo. Sono altri i motivi per cui ho chiesto di fare uno stage come “story-teller” nell’ufficio creativo del maglificio Rosti. E quando lui, l’inquietante Giovanni, durante il colloquio, mi ha chiesto di dirgli la verità, la verità è venuta fuori. Non la pura verità, la pura verità non esiste. La verità è sempre sporca, sudata, graffiata. La verità è nelle cadute, nel rialzarsi dalle cadute.

Questo discorso è piaciuto molto più del sorriso ingenuità/malizia. Aveva accartocciato il mio curriculum dicendo: «Ok, adesso ascoltami bene».

 

metà giugno

 

Gli avevo detto la mia verità tutta d’un fiato, lasciando perdere tutte le mie tecniche di persuasione fatte di controllo, misura, silenzi, sguardi e pause.

Si, sono un genio precoce, a quattro anni leggevo e scrivevo, a dodici sapevo quattro lingue. Ho fatto la scuola superiore più selettiva di Francia, da cui esce la classe dirigente. Adesso studio alla Sorbona. Voglio scrivere saggi e romanzi fondamentali, diventare la nuova Simone de Beauvoir, la nuova Marguerite Yourcenar, ho tutti i numeri per farlo, anche il lignaggio: mio nonno materno era accademico di Francia, mia madre è stata un famoso critico d’arte, ma è morta quando avevo nove anni. Mio padre invece non l’ho mai conosciuto, non è mai esistito. L’anno scorso ho iniziato a fare ricerche. Sono frutto di un amore estivo in Costa Azzurra, mio padre un marsigliese di origini italiane. Ho passato tre mesi a Marsiglia, e tutto quello che ho scoperto è che erano originari di Brembate. Ecco perché sono qui. Per trovare mio padre. Ma a te tutto questo non interessa. Quello che ti può interessare è che da questa mia ricerca voglio produrre un romanzo di formazione, in questo romanzo voglio raccontare un’esperienza di formazione/lavoro in un’azienda made in Italy, ritrarre l’ambiente, il territorio, le persone, il lavoro. Capire se c’è anche il genio italiano nei mie geni.

Quando ho visto che la tua azienda produce le divise della AG2R ho deciso di venire qui. Perché mio nonno materno, che è stato per me padre e madre, passandomi l’amore per i libri, l’arte, la ricerca e la conoscenza umana, amava appassionatamente il ciclismo, ricordo le estati in Costa Azzurra, quando ero bambina: aspettavo che iniziasse la telecronaca del Tour per scappare dalla finestra, e andare alla scoperta del mondo. Tornavo in lacrime con un ginocchio sbucciato, e allora il nonno mi diceva: il campione si vede nelle cadute…

A quel punto il boss con l’orecchino annuiva sorridendo. E aveva iniziato il suo discorso: «Ascoltami bene: sabato prossimo ci sarà una gara assurda in un posto assurdo, che non t’immagini, qui dietro, praticamente dall’altra parte dell’autostrada. Potrai farti un’idea del nostro ambiente, magari è troppo lontano dalla tua alta cultura, poi deciderai.

Il ciclismo è uno sport ignorante. Io sono un imprenditore ignorante. Questa è una terra ignorante. Anche io da bambino a scuola ero considerato un genio. Ma  a me non piaceva andare a scuola, e appena ho potuto, non ci sono più andato.

L’unica cultura che esiste qui è il lavoro. Lavorare, lavorare, e ancora lavorare. Se sei fortunato, fai un lavoro che ti piace. Quindi, se vuoi entrare nello spirito, devi lavorare tanto. Vuoi fare la scrittrice? Bene, comincia a scrivere.

Va bene quello che hai detto, mentre cerchi tuo padre, descrivi questa terra vista da una scrittrice francese, ma scoprila girando in bici, non in macchina o in rete. Questa è un’isola terrestre, chiusa tra due fiumi nervosi. Nel medioevo si chiamava “il triangolo della fame.

Poi voglio che scrivi un racconto del Tour. Noi siamo un’azienda piccola, per noi è una grande responsabilità essere stati scelti da AG2R, una squadra top, francese. Prima per due anni la squadra vestita da noi non era stata ammessa al Giro d’Italia. Come si dice? Nemo profeta in patria? Perciò adesso noi tifiamo AG2R, e tifiamo Bardet. Ma se dovesse vincere il Tour, per noi saranno problemi. Non vogliamo diventare un marchio commerciale. Vogliamo primeggiare per qualità tecnica, per stile e design. Perciò dobbiamo portarci avanti, anche nella comunicazione, e fare cose che servono non tanto ad aumentare il consenso, ma a selezionare il nostro target, che non è la massa, ma gli appassionati veri, e il mondo delle competizioni. Mi segui?»

«Si»

«E oltre a raccontare Rosti, e il nostro territorio, e le nostre persone – e dovrai fare un giro al Rosti Bar, che è un vecchio bar sport dove trovi i nostri veci –  devi raccontare il Tour, quello che succede al Tour. E poi, già che ci sei, dovresti fare con noi quello che tuo nonno ha fatto con te, cioè provare a illuminare la nostra ignoranza, capisci? Mentre racconti il Tour, trova il modo di spiegare in poche parole chiare perché certi scrittori o certi pittori francesi sono così importanti, perché quando noi ignoranti troviamo un libro che ci prende, o un quadro che ci ipnotizza, ci sembra di scoprire un nuovo mondo, ma ci mancano le parole per dirlo. Capisci cosa sto dicendo? Sei capace di scrivere cose vere, chiare? Senza la puzza di cultura aggiunta?»

 

fine Giugno

 

Crespi d’Adda, un luogo assurdo, fantastico, fuori dal tempo. Il mio primo contatto con le corse e con il mondo Rosti è una corsa pazza, scriteriata, denominata “Trambai”, con biciclette senza freni, senza cambio, in un circuito ricavato in un villaggio industriale rimasto intatto – e perciò patrimonio Unesco – che si trova in un paesaggio naturale a sua volta unico e intatto, una specie di riserva naturale alla confluenza tra i due fiumi del famoso “triangolo della fame”, che oggi si chiama “Isola bergamasca”, e si trova esattamente a metà strada tra Milano e Bergamo.

La giornata è solare, c’è un clima di festa, musica, birra, bambini, atleti che si preparano. Mi butto in questa umanità senza remore, con in testa la frase mantra (“La verità è nelle cadute”) e dunque decido di fare uno storytelling sul tema “la caduta”, e ad ogni faccia interessante che vedo, chiedo: «Raccontami una caduta che ti ha segnato».

Francesca è la fotografa della factory Rosti: «Da bambina si giocava con i cugini, mi sono ritrovata a volare e picchiare la faccia per terra, con i due incisivi saltati via: la mia prima caduta importante».

Ottavio è un triathleta con fisico adeguato e barba da filosofo: «Completamente immerso nei miei pensieri, felice perché il giorno prima mi ero appena licenziato e con in tasca il biglietto per un mese sabbatico di vacanze prima del nuovo lavoro, mi ritrovo dell’olio infame sulla mia strada, su una rampa, sono volato via come niente e subito dopo ho abbracciato l’asfalto. Distrutte clavicola, costole, ginocchio, ogni cosa in tre parti, e per sei mesi sono rimasto inchiodato in un letto, ma prima ho passato 24 ore nel corridoio del pronto soccorso nudo, solo, dolorante, fratturato, completamente escoriato, e in lacrime».

Luna è una bella ragazza bionda, mi sfugge la nazionalità, potrebbe essere tedesca, nordica o dell’est, in inglese mi racconta: «In gara a Berlino, 35km all’arrivo, tratto autostradale con pioggia e vento forte, ero davanti, una raffica improvvisa mi sbatte a terra, picchio duro sull’asfalto, le altre riescono a evitarmi, mi ritrovo da sola in mezzo alla strada, a pezzi. Ma sono risalita e arrivata al traguardo, ultima, ma sono arrivata».

Carminetor ha una faccia perfetta per il cinema, potrebbe fare il buono in un film di cattivi, ma anche il cattivo in un film di buoni: «A Loano tre anni fa mi sono spaccato la faccia, adesso ho dentro un pezzo di titanio. La gara era una gran fondo, in discesa, ecco un bel tornante secco, lo prendo lento che più lento non si può, ma pioveva, e c’era salsedine, e olio degli uliveti, come andare su una saponetta, mi è partita la bici da sotto, mi sono ritrovato in ospedale a Pietra Ligure dopo essere rimasto tre ore in mezzo alla strada. Poi 12 giorni d’ospedale, con la faccia blu. Anche la bocca mi si era aperta – adesso ho la bocca cucita! – ma vado fiero dei miei segni».

Alice è una donna molto bella, un viso dai lineamenti spigolosi, ma di armonia incredibile, come uno schizzo a carboncino: «Ero con il mio compagno, abbiamo iniziato insieme ad  andare in bici per evitare gli alcool test, poi le vacanze e le gare, gran fondo e scatto fisso. Eravamo in vacanza, in Campania. Dopo 150 km di fatica siamo a destinazione, mi distraggo un istante guardando il cartello che indica il nostro B&B, e la ruota mi finisce precisa nella griglia di un tombino, inaspettatamente mi ritrovo a volare per terra, picchio la testa, il casco si rompe: ma è l’espressione del mio compagno a spaventarmi. La mia faccia era una maschera di sangue».

Mattia è il dj della RedBull, la sua postazione è un pick-up nero, in realtà una discoteca mobile: «Stavo facendo l’idiota, tornando da scuola. Classico, mi si chiude il manubrio. Volato via, spezzata la clavicola in quattro parti. Messo il filo di K, al tempo era un’innovazione, oggi usato da tutti. Una storia di 10 anni fa, adesso è a posto, ma ogni tanto facendo certi movimenti mi prendo delle scariche elettriche, a ricordo della caduta».

Benedetto è il graphic-designer che insieme a Giovanni crea le collezioni: «Andavo veloce nel  sottobosco tra il ponte di Paderno e Crespi quando in un bellissimo tratto di sentiero scorrevole in leggera discesa mi trovo a sfondare una ragnatela gigante con ragno gigante mi attacco al freno e chiaramente mi ritrovo catapultato dieci metri oltre, con addosso la ragnatela, mentre il ragno mi scende dalla testa alla spalla, e se ne va.»

Nicola è un professionista che corre queste gare per diletto e allenamento in attesa del ricorso contro la squalifica per doping  (e dalle poche cose che mi dice al riguardo capisco che l’argomento è molto dibattuto e controverso, al di là del suo caso): «Sono caduto in Malesia a 70 km/h prendendo un piedino delle transenne, uno dei voli più brutti che ho fatto nella mia vita. Quel volo mi ha compromesso la vittoria. Il giorno dopo ho provato a ripartire: piaghe, sofferenza, febbre, ho dovuto ritirarmi».

Dane ha dei bellissimi baffi a manubrio: «La caduta che ricordo è una caduta doppia, in bici e di stile: una signora di una certa età in macchina mi butta per terra rovinosamente, e io nell’adrenalina del momento le ho urlato addosso qualcosa di brutto, mancando di rispetto a lei, a mia nonna, e alle donne…»

Valeria è una donna fantastica, fino a pochi giorni fa era il sindaco del paese (e anche grazie a lei questa gara nata come un’idea matta è diventata realtà): «Io non mi ricordo cadute in bici, la mia caduta è una caduta di fiducia, è la delusione dopo tanti anni di impegno, è il tradimento di amici che mi hanno tolto la terra sotto i piedi. Ci sono rimasta proprio male. Ma adesso finalmente posso rilassarmi, dire scemenze, bere, fumare…».

Giovanni, l’inquietante Giovanni, insieme al fratello Maurizio (che invece ha un aspetto rassicurante) è il titolare del maglificio: «Cadute di stile ne faccio tutti i giorni. Un giorno mi arriva la Finanza per un controllo, mi inalbero, dico: “Io sono un imprenditore rubato alla delinquenza, io per mia natura dovrei andare in giro a ubriacarmi e a drogarmi e a delinquere, e invece dò lavoro a 35 persone, e sono qui dal mattino presto alla sera tardi in laboratorio e non faccio a tempo arrivare a casa che sto già dormendo, e non faccio a tempo ad addormentarmi che suona già la sveglia. Avrebbero anche potuto arrestarmi e portarmi in neuro, ero veramente in rabbia. Sai come hanno reagito? Mi hanno abbracciato!».

Alla fine della giornata ho fatto un pieno di immagini, parole e sensazioni. Ho provato le bici a scatto fisso, e credo di aver capito il senso. Ho fatto il giro del villaggio, sono scesa al fiume fino alla confluenza con l’altro fiume, ascoltato la voce dell’acqua. Ne racconterò più avanti.

Mi sono messa a parlare di fotografia con Francesca, e sono rimasta sconvolta da una foto che mi ha fatto vedere, una foto fatta in sala parto, dove si vede la testa di questo neonato che letteralmente salta fuori dalle gambe spalancate della madre come se emergesse dall’acqua. Fantastica, impressionante, potentissima. Una foto che potresti vedere su Life firmata da un grande maestro.

Ma no, mi dice lei, io faccio l’infermiera, la fotografia è la mia passione, e ho ancora moltecose da imparare.

Ok, forse sto cominciando a capire lo spirito della Rosti tribe.

Va bene così, boss? Sto lavorando abbastanza? Scrivo cose vere e chiare?

GIALLO ROSTI Il Tour di Sophie by Sophie B. ( 1- continua)