luglio 15, 2018 amministro

GIALLO ROSTI
Diario di una stagista
Il salto di qualità

 

9 luglio, Lunedì

 

Stamattina momenti indimenticabili con l’Inquietante, al maglificio Rosti.

Immaginate (senza troppo sforzo) un cubo-capannone qualsiasi in una qualsiasi zona artigianale-industriale, di quelle che crescono spontanee sul margine dell’autostrada. Al piano terra c’è la produzione, taglio, stampa, cucito, imballaggio: è il regno di Maurizio, il fratello Rassicurante. Al piano superiore uffici, design, ricerca&sviluppo e show-room: il regno di Giovanni, l’Inquietante.

«Hai fatto i compiti?» mi chiede.

Annuisco, e nel mentre gli invio la prima puntata del mio diario-romanzo. Ma lui mi sta già chiedendo: «Hai studiato anche pubblicità alla Sorbona? Cosa pensi del marchio Rosti? Mi fai un report prima delle 10?»

L’orologio a muro indica le 9 e 10. Mi metto al lavoro. Parto dalla prima impressione che ho avuto, guardando le corse in televisione. Vedevo il marchio Rosti anche dove non c’era. Mi metto in rete, faccio ricerche, e alle 10 ho una mia idea. E il coraggio per esporla.

Così alle 10.01 alzo gli occhi dal computer e dico: «Il marchio Rosti è una furbata scientifica. Graficamente e cromaticamente richiama il marchio di un brand dello stesso settore, molto più diffuso, che rappresenta uno scorpione. La figura umana, invece, è ripresa dal logo del basket americano. Penso che sia il lavoro di una grande agenzia che ha mixato scientificamente i due richiami, per significare un salto di qualità verso l’alto…. »

Aiuto! Ormai mi sono buttata, non posso fermarmi. Giro verso di lui lo schermo del mio portatile, con i 3 marchi, il concorrente-granchio, il basket NBA, e Rosti.

«Come vedi… » proseguo «l’uso del rosso e del nero, inoltre… »

«Hai finito?» mi interrompe.

Sembra un toro prima di caricare. Si alza, sposta una pila di fogli, apre un cassetto, impreca. Va allo schedario, scartabella, impreca, chiama qualcuno, impreca. Poi sparisce, torna, impreca, risparisce e ritorna con in mano un foglio spiegazzato, e ancora imprecando, ma con un altro tono. Ha trovato quel che cercava. Piega con cura il foglio e se lo mette nel portafoglio. Poi mi dice: «Seguimi».  

Mi alzo, e lui mi squadra da capo a piedi, come se fossi un cavallo. Che intenzioni ha? Siinfila in un intrico di scaffali, ogni tanto tira fuori qualcosa e lo ficca in un sacchetto. Alla fine mi consegna il sacchetto e mi indica uno spogliatoio.

«Vedi se è tutto della misura giusta».

Scarpe, calzini, salopette-tutù con una strana imbottitura al cavallo, maglia, guantini senza dita, caschetto, occhiali da sole. Tutto perfettamente aderente, come una guaina. Mi guardo allo specchio. Con questo completino all black, con teschi e scritte in stile rock heavy metal,mi sento pronta per un manga!

«Seguimi».

Un minuto dopo mi ritrovo in strada, su una mountain bike spaziale, nera opaca (carbonio?), leggerissima. L’Inquietante, in jeans tagliati e t-shirt, pedala davanti a me in sella a una vecchia bici da donna. Pochi km, e prendiamo una stradina nel bosco che scende ripida al fiume. Ci ritroviamo su una pista ciclabile su un argine: da una parte c’è il fiume, dall’altra il canale. Si ferma, ci fermiamo.

«Qui» dice. E racconta. Molti anni fa, erano ragazzini, lui, suo fratello, e il loro cane.

«Facevamo gli scemi, a chi arrivava prima, mentre il cane, più scemo di noi, cercava di tagliarci la strada per radunarci, come fossimo pecore. Lanciatissimo, mio fratello mi supera, ma il cane supera lui, e lui, per non investirlo di peso, dai pedali spicca un salto nel canale, un salto fantastico, a volo d’angelo».

Mentre mi immagino la scena, tira fuori il portafoglio. «Mi piaceva disegnare, mi è sempre piaciuto. Appena tornati a casa, quella sera, ho disegnato il volo di mio fratello.»

Dal portafoglio estrae il foglio ripiegato, un vecchio foglio di quaderno ingiallito, e me lo porge.

«Anni dopo, quando abbiamo rilevato il laboratorio di cucito di mia madre, è saltato fuori questo disegno, e ne abbiamo fatto il nostro marchio».

Sono molto colpita. Ma non affondata.

«Ok, mi sono sbagliata, il marchio Rosti ha una bella storia. Gli studenti di scienze della comunicazione ne andrebbero pazzi. Ma la sostanza della mia analisi non cambia. Semplicemente, la contaminazione non è avvenuta scientificamente in una grande agenzia pubblicitaria, ma spontaneamente nel tuo inconscio di ragazzino-disegnatore, un inconscio nel quale erano certamente presenti sia il segno dello scorpione che quello del basket americano».

Per un istante mi guarda veramente basito. Poi, dicendo «mi arrendo», si scioglie in un sorriso dolcissimo.

Mi piace Bardet

Mi piace la faccia di Bardet, mi piace molto. Quando ho risposto “vorrei sposare Bardet”, non sapevo nemmeno che faccia avesse. In semiotica si chiamano “profezie auto-avverantesi”. Tu dici una cosa, ci credi, e succede.  Bardet ha esattamente quel tipo di volto delicato, sofisticato e di sangue blu che tuttavia nasconde l’anima di un guerriero. Potrei voler sposare Bardet anche solo per la faccia che ha.

Mi informo su che uomo sia Bardet. Leggo che è un biker atipico, laureato, legge molto. Un intellettuale, dunque. Forse anche un bon viveur raffinato, un esteta? Non lo sappiamo, ma ci piace immaginarlo. Nel ritratto che gli dedica Polvere, la rivista di ciclo-letteratura, una volta in sella Bardet “segue l’istinto, ascolta la strada, ha immaginazione e, soprattutto, fa quello che vuole” e può capitare che a un certo punto decida di “chiudere ogni comunicazione con l’ammiraglia. Basta con gli auricolari. Basta con il cardiofrequenzimetro. Basta con il computer di bordo che ti dice quanti watt esprimi, quanto stai consumando, quanto durerai. Romain si abbandona all’istinto e l’istinto gli dice: vai!”.

In un’intervista dice che il suo film preferito è “Le iene”, e il libro di culto “Una banda di idioti”. Immagino che ogni riferimento alla squadra sia del tutto casuale. Perché oggi c’è la cronometro a squadre. Tutti per uno, uno per tutti. Ogni squadra parte con otto corridori, e deve arrivare almeno con quattro, il tempo viene preso sul quarto che taglia il traguardo. Mi sembra di capire che in questo tipo di prova la squadra può essere un volano per gli uomini di classifica, ma anche una zavorra. Lo squalo Nibali, per esempio, si divora i compagni. Alla fine della giornata ci saranno aspiranti maglie gialle con uno o due minuti guadagnati, o persi, per merito, o per colpa, della squadra.

I favoriti sono gli inglesi del Team Sky di Froome. Poi gli americani della BMC. Bardet e la AG2R al primo intertempo hanno già 30 secondi di ritardo sulla Sky. Intanto la BMC conquista il primo posto. Sul traguardo i nostri 4 moschettieri pagano 1’15’’. Non benissimo, ma niente è compromesso. Maglia gialla è Van Avermaet della BMC. In tre giorni di gara la maglia gialla ha già cambiato tre proprietari.

Il mio Bardet non si è visto molto in queste prime tappe, ma c’è, è lì. Non è rimasto coinvolto in cadute o incidenti come altri uomini di classifica che sono già indietro di 1 minuto.

Guardo il Tour aspettando che lo inquadrino, aspettando che il mio Bardet si strappi gli auricolari e superi tutti. Per il resto guardo i castelli, le mucche, le natiche dei ciclisti, i polpacci, le fattorie, i canali. Ogni tanto mi prendono dei colpi di sonno, come quando guardi i film sovietici con i sottotitoli in polacco.

La città più bella del mondo

La città alta di Bergamo è spettacolare, mura altissime, su un colle, tutta medievale, tutta chiese, piazzette, torri e scalette. Ho trovato una stanza per tre mesi in una specie di convento-ospizio di suore vecchissime in un vecchissimo palazzo diroccato del 1300, quarto piano senza ascensore, vista pazzesca dalle alpi agli appennini. Faccio un giro a perdizione libera, attratta da ogni cosa che vedo, come un bambino a disneyland.

Nonostante tutto il peso della mia cultura/intelligenza, sprizzo felicità come una scema. Se penso all’Inquietante faccio fatica a trattenermi dalla voglia di ridere, e di parlargli a raffica delle mille cose che vedo, sento, penso e immagino.

Mi sento la prima parigina al mondo a scoprire questa città, ma non è così, ovviamente. In un bar della piazza vecchia vedo appese vecchie foto di Catherine Deneuve e Jean Paul Belmondo che sbevazzano ai tavolino del bar stesso. E poi, sotto vetro, un fazzoletto di carta con uno schizzo della piazza, e la frase, in francese,  “senza auto, la città più bella del mondo”, firmato: Le Corbusier. Poco lontano, su un palazzo nobile d’impianto rinascimentale una lapide dice: qui abitò il giovane Stendhal durante le campagne napoleoniche, qui scrisse “Il rosso e il nero”. M’infilo in un sottoportico, mi ritrovo sugli spalti delle mura, cielo terso, tramonto, in lontananza si distinguono chiaramente i grattacieli di Milano, ma quello che mi colpisce, più vicino, è un segno rosso, sembra una strisciata di pennarello, è il Km Rosso, il centro ricerche della Brembo opera dell’archi-star Jean Nouvel. Più avanti, individuo un altro nastro, argenteo per il riflesso del sole, è il fiume, e lì, da qualche parte, con il suo logo rosso e nero, c’è il maglificio Rosti.

È stata una giornata lunghissima. Domani gli parlerò di Stendhal, Le Corbusier e Jean Nouvel. Non ho dimenticato che tra le mansioni che l’Inquietante mi ha dato c’è quella di far reagire la sua ignoranza bergamasca con la mia cultura francese, ha detto proprio qualcosa del genere.

10 Luglio

La tappa di oggi è strana. Al primo km partono in fuga in quattro, due francese e due belgi. Stasera ai Mondiali di Calcio c’è la semifinale Francia-Belgio. Corrono da soli per tutti i duecento chilometri. All’ultimo km, vengono raggiunti dal gruppo.

Lo spavento mi prende quando vedo a terra, dolorante, uno dei nostri AG2R, in maglia Rosti,

è il mio Bardet? No, è Domont, ha la clavicola fratturata, deve ritirarsi.

La volata è vinta da Gaviria su Sagan. La rivedo più volte, è impressionante la foga, la potenza che scaricano nel breve orgasmo prima del traguardo, sembra di sentire il motore, il cuore, che va fuori giri, e rischia di esplodere. Anche le bici sembrano sul punto di spezzarsi, per la violenza, la furia degli uomini che le cavalcano.

Osservo in slow motion lo zoom sulla pedalata dei due sprinter in volata, e ripenso al discorso che mi ha fatto ieri l’Inquietante. Rientravamo in bici al maglificio dopo il pellegrinaggio sull’argine del mitico salto di qualità (episodio Le origini della saga Rosti). Eravamo su asfalto, e mi si era affiancato dicendomi: «aumentiamo il ritmo». Al che ovviamente io avevo tirato fuori l’anima, e dopo un minuto pensavo di crepare. Ma non ero mai andata così veloce in bici, più veloce che in scooter! E intanto lui affiancato a me, senza sforzo. E mi guardava le gambe! E scuoteva la testa, mentre io ansimavo e sudavo e mi dimenavo. Un attimo prima mi sentivo wonder woman, e adesso il suo sguardo mi diceva che ero un cammello zoppo al galoppo. Gli ispiravo pietà. Mi aveva fatto cenno di accostare, come un poliziotto della stradale.

«Non sei capace di pedalare»

Non sono capace di pedalare? Accasciata sulla sella, nemmeno usando tutti i 180 punti del mio quoziente intellettivo capivo cosa volesse dire.

«Il problema non ce l’hai nelle gambe, ma nella testa».

Con un intervento di tre minuti, mi aveva aperto la testa e sostituito un fusibile, quello che controlla la connessione piedi-cervello. Il mio errore era quello di pensare ai pedali come qualcosa da pestare, sui quali spingere. La mia pedalata in questo modo era un mezza pedalata. Per curarmi, dovevo adesso pensare ai piedi sui pedali esattamente al contrario, dovevo sollevare i piedi e i pedali, non pestarli. Imparare a fare l’altra mezza pedalata. In seguito mi avrebbe messo un nuovo fusibile, con entrambe le fasi, e sarei arrivata alla famosa “pedalata rotonda”, omogenea, da motore elettrico, con minore dispersione cinetica della forza, questo lo capivo.

Non vedo l’ora di rimettermi in sella. Stasera rientrerò dal maglificio al convitto in bici. L’Inq. ha deciso di affidarmela (insieme al set di abbigliamento tecnico e urbano) per esplorare il territorio e capire cosa vuol dire andare in bici. «Questa bici vale più di me e di te messi insieme, non puoi mollarla mai, portatela nella camera dove dormi, se te la rubano vengo a prendere te, e ti tengo per le orecchie fin quando non l’hai pagata».

«Tu mi induci in tentazione!» ho risposto di getto, irritata. Adorabile, prima di scoppiare a ridere, quel suo attimo di sconcerto. Una specie di esitazione da stupore infantile, tipica del maschio alfa antico, e penso a Sean Connery. Una specie in via di estinzione, in quest’epoca di maschi digitali.

Un po’ scorbutico, mi chiede di mettere nei miei report anche recensioni sulle cose che indosso. Ispirata, gli sparo uno slogan in stile retrò: «Rosti, la divisa del maschio antico, indossata anche dalla donna moderna».

11-13 Luglio

Quinta tappa. Il grafico con l’altimetria del percorso sembra l’elettrocardiogramma di un bradipo, su e giù con andamento regolare, continuo, senza picchi. L’arrivo invece è in salita, La strada è stretta, tortuosa. Vince la volata Sagan su Colbrelli, seconda vittoria per lo slovacco campione del mondo, e per la seconda volta Colbrelli battuto. Appena dopo il traguardo, col fiatone, dice: «Ci ho provato, ma lui si chiama Sagan, io Cobrelli »

In classifica, pochi cambiamenti, Van Avermaet sempre in maglia gialla

Sesta tappa, il muro di Bretagna. A 100 km sono in fuga in 5, e il gruppo si è spaccato in tre tronconi. Mi addormento. Per fortuna mi risveglio agli ultimi 10 km. Gruppo compatto, nessuno in fuga. Dumoulin fora a 3 km dall’arrivo, subito dopo anche Bardet, il mio Bardet finalmente protagonista, ma di una foratura. Il gruppo va come un treno, e i due forati non riescono a rientrare. Vince Martin, Dumoulin arriva con 50’’ di ritardo e Bardet con 30’’.

Settima tappa, e siamo Chartres, la tappa più lunga del Tour, 230 km, la più noiosa, mi addormento non so quante volte. Tutti compatti, ognuno dietro il proprio compagno, il gruppo visto dall’alto sembra un tappeto mobile, fatto di lunghi fili colorati.  A 10km nella piatta pianura si vedono le guglie della cattedrale. Groenewegen vince la volata su Gaviria e Sagan.

Siamo a venerdì, e l’Inq. mi chiede: «Ti piace il Tour?».

«La verità? Alle settima tappa, crisi. L’amore tra me e il Tour muore di noia».

Serissimo, dice: «parliamone», e mi fa ridere.

Finiamo a parlare di fisica e filosofia, ma è lui ad accendermi la luce, spiegandomi che la tv ha cambiato le corse (poi io gli spiego il principio di indeterminazione di Heinsenberg:l’osservatore con la sua presenza modifica l’evento, sempre. Dunque la nostra società basata sulla misurazione scientifica di ogni fatto umano è follia pura, anzi: impura).

«In realtà, quella che hai visto oggi, questa specie di carovana di trasferimento che non ha niente di televisivamente attraente, è la vera natura delle corse a tappe, che oggi è cambiata, con la diretta televisiva».

«Le corse a tappe nascono come maratone di regolarità, con dei momenti di sfida, che sono le tappe in montagna, le cronometro, e le volate. Per il resto, non c’è niente guardare. Una volta la televisione seguiva i momenti top, le scalate, le volate, e si collegava per gli ultimi chilometri. Prima non succedeva niente, stavano tutti in gruppo, si fermavano a mangiare con i tifosi, sembravano in gita. Poi quando si collegava la televisione i corridori gonfiavano i muscoli, e iniziava la gara.»

«Oggi la tv si collega alla partenza, e la gara inizia subito. Gente che è al 200esimo posto in classifica va in fuga al primo chilometro. Una volta li avrebbero presi a sberloni. In realtà la tv crea nuove opportunità per squadre e corridori emergenti»

«Per esempio, al Giro d’Italia, la nostra Androni era in fuga ogni giorno, con il nostro bel marchio Rosti in primo piano, e non è che la cosa mi facesse schifo»

«Quindi rilassati. Le tappe di montagna le guarderemo tutti insieme, qui in maglificio, sul maxischermo».

«Intanto, puoi anche non guardare ogni tappa dall’inizio alla fine, e limitarti ad andare al Rosti Bar all’ora giusta, o guardare la replica o le sintesi alla sera, e di pomeriggio fare i tuoi giri in bici, e la mattina venire in ufficio a scrivere»

In questo modo, le mie teoriche 4h al giorno di stage diventano 12. Glielo faccio notare.

«Ma vuoi o non vuoi fare la scrittrice? Una scrittrice lavora 24h al giorno, o no? Cosa vorresti, avere del tempo libero? Distrarti?».

Lo odio, ma ha ragione, e incasso. Di più, bisogna fare di più. Il salto di qualità!

«Oggi sono passata di nuovo al fiume» dico.

Gli racconto che sono arrivata al grande ponte di ferro. Gli faccio vedere le foto che ho fatto.

«Avevamo un amico nella nostra compagnia, andava forte in bici, voleva diventare un campione, sognava di vincere il Tour. Ci sdraiavamo proprio sotto le arcate» dice «e quando stanchi morti si sdraiavamo lì, sotto le arcate, immaginavamo di essere a Parigi, sotto la Torre Eiffel. Avevamo undici o dodici anni».

Poi non dice più niente. Gli chiedo: «E questo tuo amico ha poi fatto il professionista?». Scuote la testa. Avrei dovuto accontentarmi, intuire, fermarmi lì. Invece, cretina, ho insistito per sapere che fine avesse fatto quel ragazzino che vedeva la Torre Eiffel guardando un ponte ferroviario da sotto in su.

«Dopo dieci anni di eroina, si è buttato dalla Torre Eiffel».

14 Luglio, la marsigliese

Oggi festa nazionale per noi francesi, la presa della Bastiglia, al suono della marsigliese. E io comincerò a cercare mio padre. Ovvero: l’ignoto. Tutto quello che ho è una cartolina di Brembate, dove lavorava il padre di mio padre, prima di emigrare a Marsiglia. L’anno scorso, tra settembre e dicembre, ho vissuto a Marsiglia in cerca di mio padre, e oggi sono a Brembate per lo stesso motivo. Mia madre è morta quando avevo nove anni, senza aver mai detto a nessuno niente a proposito di mio padre, o così almeno è quel che mi risulta dopo anni a interrogare chiunque, dai parenti agli amici di mia madre. Facendo due conti, ho capito di essere stata concepita in piena estate, quando mia madre con i miei nonni si trasferiva nella vecchia casa di famiglia in Costa Azzurra, nei pressi di Saint Tropez. Poi un giorno un ricordo sepolto. L’ultima estate insieme, mia madre sarebbe morta dopo pochi mesi. Forse sapeva già di essere malata. Un ricordo preciso, una giornata in macchina con mia madre fino a Marsiglia, poi ore e ore ad aspettare, prima con lei, poi da sola, nella Renault 4 color petrolio parcheggiata sotto un piccolo, malandato caseggiato. Ero partita subito per Marsiglia. Marsiglia ha 1 milione di abitanti, di cui 300.000 di origine maghrebina e 300.000 di origine italiana. Disperavo di ritrovare quel vecchio edificio fatiscente, l’avranno abbattuto e al suo posto ci sarà un cubo di vetro e acciaio, pensavo. E invece dopo una settimana, avevo ritrovato il posto, nella zona del porto vecchio.

Su sei appartamenti, due sono vuoti, tre sono occupati da maghrebini, ma nell’ultimo c’è madamoiselle Louiselle, una vecchia marsigliese doc, rimbambita fascistona, zitella, brutta, incattivita. Per un mese vado a trovarla tutti i giorni, le faccio la spesa, la porto ovunque mi chieda, nella speranza di risvegliare la sua memoria. Ricorda perfettamente (a parte i nomi, e i cognomi!) questa famiglia di italiani, il figlio giovane “un ragazzo bellissimo” che d’estate faceva il bagnino a Saint Tropez. Il padre già molto anziano era un “camerata” scappato dall’Italia alla fine della guerra. Figlia di un bagnino, nipote di un vecchio fascista italiano? Sono sicura di volerlo sapere? Stavo per abbandonare l’impresa, quando aiutandola a fare ordine in soffitta salta fuori una scatola di scarpe piena di vecchie cartoline. E tra le altre, una cartolina dall’Italia, con l’immagine di un vecchio aereo. Sul retro: Brembate, tanti cari saluti alla nostra Louiselle! Firmato: Cesare, Antonia, Vittorio. Niente cognomi.

«Ma certo! Cesare! Lavorava in una fabbrica di aerei. Morto pochi mesi dopo la moglie, saranno passati vent’anni. E Vittorio chissà dov’è finito!»

Con quella cartolina tra le mani, avevo lasciato Marsiglia.

E oggi, con questa vecchia cartolina tra le mani, entro  al Rosti Bar. La tv trasmette il Tour. Mancano pochi chilometri all’arrivo di Amiens. La divisa Rosti è come una garanzia. Dico che lavoro al maglificio, mi fanno sedere con loro.

La tappa finisce con una volata violenta. Sagan parte forse troppo presto, Greipel stringe Gaviria contro le transenne, ma Gaviria resiste alla grande senza paura. Però chi vince è Groenewegen, che risale indisturbato alla loro destra.

Intanto, ho studiato i soggetti. Sono tutti vecchi operai in pensione. Tiro fuori la mia cartolina.

Una vecchia fabbrica di aerei a Brembate. Gli anziani sanno sempre tutto riguardo al loro territorio. Non hanno i problemi di disambiguazione che ha wikipedia.

«La Caproni, ma non era a Brembate» dice un certo Marelli.

«Era a Brembate Sopra» precisa il capobranco, chiamato “Il Gino”.

Va bene, immagino che Brembate Sopra sia la parte alta di Brembate.

Ma il terzo, chi mi hanno presentato come “Berlinguer”, dice: «Ci saranno almeno 20km tra Brembate e Brembate Sopra».

«Qui sei nell’Isola, là sei già in Val Brembana».

«Sono proprio due mondi diversi, come il mare e la montagna».

Che mi stiano sottilmente prendendo in giro?

GIALLO ROSTI – Il Tour di Sophie by Sophie B. ( 2– continua)