Diversamente ciclabile

person Pubblicato da: Giovanni Alborghetti list In: Blog Ultimo aggiornamento: comment Commento: 2 favorite Visualizzazioni: 938

“Una foto, un’istantanea rubata quest’estate, a Basilea, mentre facevo Brembate-Amsterdam in bici: è l’immagine che scelgo per raccontare quello che mi passa per la testa in questi mesi” 

“Tre immigrati, anziani, obesi, seduti insieme a far niente, a parlare della vita, ma con una postura, una dignità, un senso di umanità... il valore base, la dignità umana, quello che spesso manca nelle immagini, nelle cover, nelle vetrine del sistema mass-media, moda, benessere e social”.

“Quarant’anni fa la bici voleva dire fatica, sudore, umiltà. Era un mezzo e uno sport proletario. Oggi la bici vuol dire libertà, divertimento, stile di vita evoluto”.

“Oggi la bici è usata da tutti, ha un target trasversale e prezzi da moto, a volte da utilitaria. Più che un mezzo di trasporto, è un segno del nuovo lusso: che è il tempo libero, il benessere, la forma fisica”. 

“Il boom della bici ha molti aspetti. Sociali, culturali, politici. Mobilità urbana, tempo libero, ecologia, salute, turismo, moda. Molte opportunità, e molte contraddizioni”. 

“Il governo, le regioni, i comuni, le associazioni di categoria, le lobby, i mass media in coro dicono: puntiamo sulla bici. Ma non sanno molto bene di cosa stanno parlando”

“Già due anni fa, uno studio del Sole24ore presentato al Bike Festival di Rimini, parlava della bici come del nuovo apripista del made in Italy. Dopo la moda, il design e il food/wine è il momento del bike in Italy”. 

 “A questo punto anche nell’abbigliamento tecnico subentrano i fattori moda e immagine. Con tutti gli aspetti, positivi e negativi, che conosciamo. Prevalenza dei bisogni psicologici e sociali su quelli primari e reali. Narcisismo, esibizione di status”. 

“Gli esperti parlano di elitarismo vistoso e obsolescenza programmata. Traduzione: quel che è irresistibilmente innovativo quest’anno, sarà irrimediabilmente superato l’anno prossimo. Roba che invecchia prima nell’aspetto che nella sostanza”.

“E quindi nascono produttori mordi e fuggi, che non si curano della qualità vera, durevole, ma gareggiano nel prendere la scia del look vincente. E noi italiani siamo gli specialisti del travestirsi, apparire, recitare...” 

“Il fatto è che adesso anche nel nostro settore hai un’immagine, proietti un’immagine, che sia spontanea o controllata o generata dal mercato stesso, e quest’immagine incarna valori, modelli, scelte”. 

“La nostra immagine è sempre stata del tipo selvatico, naturale, antico. Noi facciamo i prodotti, le squadre fanno le gare, i corridori le vincono. La foto a braccia alzate sul traguardo fa il giro del mondo. L’immagine vincente è tutta qui”.

“Siccome i top rider sono dei super-atleti, super-asciutti, rappresentano al massimo grado l’ideale estetico unisex del mondo di oggi: un corpo sottile, un fascio di nervi d’acciaio, senza un filo di grasso”. 

“Quindi accade questo: che la tua naturale immagine racing viene travisata e risignificata dal mercato come mood luxury, narciso-fashion. Così chi fa divise hi-tech racing volente o nolente diventa l’avanguardia del main stream sempre in cerca di nuove versioni, nuove mitologie dei valori dell’élite, bellezza, ambiente esclusivo, arroganza”.

“Questa nuova collocazione d’immagine, di esibizionismo, status sociale e tecnologia vuole togliere il sudore, la povertà, l’ignoranza della bici, far dimenticare le origini, le radici, i nonni operai e contadini”. 

“A noi tutto questo non va bene. Ci vedono come creatori, riferimenti, leader d’immagine, ma in realtà siamo le prime vittime della società dell’immagine. Perché non siamo nati per vendere immagini né per rubare valori”. 

“Sono queste le domande, le cose di cui parliamo. C’è una questione estetica e una questione di valori, che sono intrecciate come un tessuto. Io che valori ho? Cosa esprimo indossando questo giubbino? Cosa dicono i miei occhi? Voglio il dominio o la dignità? La potenza o l’umanità? Voglio essere padrone del mondo o di me stesso?”.

“Mi piace credere che la bici è quello che è sempre stata, un mezzo di autenticità, non di ostentazione, che dà un’immagine di dignità, di bellezza d’animo, non di narcisismo”. 

“Siamo un paese che vende sogni, made in Italy, va bene, ma allora cerchiamo grandi sognatori, capaci di sognare davvero e vivere davvero, perché le due cose vanno insieme. Un grande sognatore non è un solitario con la testa tra le nuvole, quello è un piccolo sognatore e tale resterà. Un grande sognatore è uno che vuole condividere, promuovere un sogno collettivo, e realizzarlo”.

“Allora quello che sogno è diffondere, riconoscere il valore e l’immagine della dignità, dell’autenticità, della diversità umana, perfino della fragilità, dell’imperfezione. Chi non ha un problema? Anche un semidio come Achille aveva un problema, al tallone”.

“Voglio che il mio marchio, il mio prodotto racing venga scelto non per apparire, per sembrare un semidio come i top rider, ma al contrario, per gli stessi motivi di realtà per cui è scelto dai team, per la sostanza, la funzione, perché nella vita, come nelle gare, serve la qualità vera, quando piove, quando tira vento, è lì che capisci il senso, la differenza, non quando ti metti in posa trendy per il selfie da sfilata social”.

“Ma ci sono mille cose di cui parlare una volta che inizi a farti domande. Si, la mobilità, la qualità quotidiana della vita, le bici rubate, le ciclabili interrotte, pericolose e ridicole. Ma consideriamo prospettive più ampie. La bici è un veicolo di questioni globali. C’è un problema di convivenza, di senso civico, di sicurezza, di impatto ambientale. C’è un mondo da cambiare”.

“C’è chi dice no, non mi interessa, in bici mi distraggo, vivo nelle favole per qualche ora. Ma se allarghi la visuale, se guardi la realtà, come cambia il mondo, vedrai che la bici può essere molto di più di una fuga. Può darti molte altre cose, oltre al relax”. 

“Poi c’è la donna, che non è un tema, ma un mondo. Anzi, il mondo. Se c’è da cambiare il mondo, da creare un mondo nuovo, occorrono donne che finalmente... Magari ne parliamo il prossimo giro”.

Commenti

Creato Tuesday, September 28, 2021 Pubblicato da Attilio Benicchio Link del commento
Ho iniziato ad avventurarmi nei miei viaggi ciclistici sempre "vestito" Rosti probabilmente anzi sicuramente ero il rider attrezzato meglio anche se non il più bello! Poi in un salar argentino a 3.500 metri ho incontrato un cicloturista con un cappello di paglia e un paio di scarpe rotte, mi sono chiesto chi dei due "esagerava" forse la verità sta nel mezzo ma da allora sono diventato più "casual" con capi meno tecnici, si è vero inizialmente la maglietta termica o il fondello ultimo grido mancano ma poi ci si sente dei cicloturisti meno esasperati più semplici al punto che ti chiedi....ma allora lascio a casa anche GPS, telecamere, satellitari e in quel momento ti senti veramente libero tu la tua bici e il vento in faccia, va da sé che in fondo alla mia sacca qualche capo Rosti per i momenti difficili c'è sempre!!!
Creato Tuesday, September 28, 2021 Pubblicato da PIER LUIGI MOMBRINI Link del commento
Grazie a tutta la famiglia Rosti… buon lavoro

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