che cosa resterà di questa Roubaix

person Pubblicato da: Leone Belotti - Calepio Press list In: Cronache ROSTI Sopra: comment Commento: 0 favorite Visite: 220

A volte non è facile tirare fuori quello che si ha dentro. Le parole si affacciano, ma subito si ritirano nell’ombra. C’è una forza che trattiene le parole, te le riporta dentro, nel silenzio dietro il sipario. Finché da quella massa di pensieri che si rincorrono emerge una parola che ha la forza di uscire, di prendere voce, diventare un allungo di parole, una frase. 

L’inizio di un discorso è come un ciclista che esce dal gruppo e tenta la fuga. Si alza sui pedali, guadagna metri, prende coraggio. La sua voce è sempre più nitida, e tutti lo ascoltano, tutti gli vanno dietro. 

Lo lasciano parlare. C’è molto tempo. Nessuno si preoccupa, perché quello che conta è avere l’ultima parola, la parola definitiva, quella che chiude il discorso, l’urlo vincente sul traguardo. Passano i minuti, passano i chilometri, arrivano le prime asperità, i tratti di pavé. Solo questione di tempo, di tattica e strategia: presto o tardi, come un discorso che si spegne sovrastato dal brusio del pubblico, il ciclista che per primo è andato in fuga sarà riassorbito dal gruppo, è ovvio. 

Ma quello svizzero con la croce sul petto non molla. Cambiano i compagni di fuga, ma lui c’è sempre. Tiene duro. Avanti per la sua strada. E questo corridore svizzero, chilometro dopo chilometro, accende i nostri sogni: perché indossa una maglia fatta da noi, tagliata e cucita dalle nostre ragazze, etichettata con il nostro marchio. Indossando la nostra maglia, rappresenta  la nostra factory, il nostro lavoro. 

Quarant’anni di gavetta, di passione, di sfide contro i giganti, e oggi tutto questo sullo scenario più prestigioso, la regina delle classiche, la storia del nostro sport, davanti a tutto il mondo. Minuscola come un granello di polvere, c’è la speranza improbabile, il sogno assurdo della grande impresa.

Sul più bello, la dura realtà irrompe nel sogno: fresco, gigantesco, il campione dei campioni, l’invincibile slovacco, si lascia alle spalle il gruppo e raggiunge il nostro outsider.  Manca ancora molto al traguardo. I commentatori iniziano a compatire il nostro, prevedendone il crollo. Ad ogni tratto di pavé, ci si aspetta la resa. E invece l’outsider tiene testa al supercampione, e insieme corrono verso il traguardo. Si arriva al velodromo, ai due giri di pista prima del traguardo. 

Il supercampione vince, e tutti gli onori sono per lui, è un Dio invincibile, ma il pathos, l’eroismo umano, è scritto sul volto del perdente, che ha lottato sino alla fine. L’outsider, lo svizzero, è il vincitore morale, è l’uomo che ha sfidato la volontà degli Dei, è Ettore che ha sfidato Achille. 

Quello che resterà di questa Roubaix, accanto al volto trionfante del supercampione, è il volto distrutto dell’outsider, che ha osato provarci, che ha creduto nell’incredibile, e ha trovato la forza di arrivare fino in fondo, solo contro tutti, umano contro divino. Un messaggio fantastico, il nostro messaggio: provaci ancora, un giorno ci riuscirai. Non eravamo mai stati così felici per una sconfitta. Perché quello che da sempre inseguiamo prima di tutto è un traguardo morale, è l’impresa dell’uomo mortale che per un istante mette in dubbio la matematica del mondo e sfiora l’impossibile. E avremmo voluto festeggiare, ubriacarci, e gridare ai quattro venti la nostra felicità, perché quell’outsider con la nostra maglia siamo noi, quelli come noi, che non smettono di sognare.

Ma questa Roubaix non era ancora finita. Poche ore dopo, la notizia che spegneva ogni gioia. Quel giovane belga che durante la corsa avevamo visto esanime a bordo strada. Inutile ogni rianimazione. Morto. Scoppiato il cuore. Tutto il resto in secondo piano. 

Oggi, una settimana dopo, siamo di nuovo in gara, di nuovo in cerca dell’impresa, ma con il cuore più pesante.  Indelebili, di questa Roubaix ci resteranno tre istantanee, tre volti di eroi: il volto di Achille trionfatore, il volto/stravolto del nostro Ettore, e il volto esanime di questo giovane belga. Il volto di chi muore giovane, inspiegabilmente, e per questo è caro agli Dei. Non dimentichiamolo. Siamo esseri mortali. 

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