prima settimana

person Pubblicato da: Sophie list In: Questo Giro - Giro d'Italia 2019 Sopra: comment Commento: 0 favorite Visite: 514

«Ciao Giovanni, immagino di parlare con te, mi rivolgo a te».

«Quando vedi le virgolette, ti sto parlando ad alta voce».

Mi hai chiesto di mandarti il mio “diario italiano” di queste tre settimane del Giro, che io sto seguendo con occhio critico, riportando materiali per la mia tesi in sociologia alla Sorbona su “Mitologie sportive e società dello spettacolo – il ciclismo”. 

Questa prima settimana è volata via nervosa, umorale, a fasi alterne. Giornate plumbee e  piovose sotto cieli pesanti di nuvole e bufere non solo meteo. 

«Ti dico subito che questo Giro mi sento molto inquieta, Giovanni».

I primi giorni sono un lento ma costante e inquietante crescendo drammatico di dissonanze, stonature, nervosismi e polemiche. Domande, dubbi, zone grigie. Che fine ha fatto Kittel, che cosa pensava Viviani, cosa è saltato in mente a Puccio, cosa voleva dire Frapporti, cosa vuol dire Anderlass, perché Roglic non mi fa impazzire. Come il primo atto di un’opera tragico-lirica tardo-romantica, che ti svuota di certezze e ti carica di pessimismo. 

E poi è arrivato il giovedì. La luce. Il big-bang. E ho capito quella frase che mi dicevi in bergamasco, e che nemmeno tradotta in italiano capivo: «inventar fuori un giovedì!» 

«Cosa vuol dire?». Pazientemente, prendendola alla lontana, mi spiegavi: «Il giovedì è il giorno dei pazzi, Sophie». 

Vedere la prima vittoria al Giro di una maglia Rosti, boom, una cannonata nel cuore. E ho capito: «La gioia è il vero lusso!» 

«La pazza gioia riservata ai veri pazzi, che sono sempre pazzi d’amore». 

Talmente pazzi d’amore e assetati d’amore, che niente e nessuno basta mai. La verità Giovanni è che la vittoria di Masnada mi è rimasta anche un po’ indigesta, per le cose che ha detto Masnada alle interviste, ingenuamente, o maliziosamente...

Ok, ok, ci arriviamo con calma, ricominciamo dall’inizio.

Sabato, prima tappa. 

Inizio il mio giro per l’Italia più o meno parallelamente al Giro, ho una serie di appuntamenti con amiche “fuori di testa”, come diresti tu. Tra le altre cose, devo decidere che tipo di bici comprare da abbinare alle mie tenute Rosti (e non il contrario). 

Mentre a Bologna si corre la crono che apre questo Giro, io sono in viaggio con mezzi pubblici, devo arrivare all’isola d’Elba, poi andrò a Roma, poi settimana prossima tornerò al Nord, e verrò in maglificio. All’Elba mi aspetta un’amica, che deve incontrare un amico per organizzare il matrimonio di un’amica che si troverà lì per una gara di m-bike (Legend Cup). Io ne profitterò per provare bici e percorso da mountain bike “vera”. 

Avvertenza: non fate come me, non andate mai all’isola d’Elba con mezzi pubblici.

«L’isola d’Elba alla prova dei fatti è sette volte più lontana di Dubai».

A un certo punto ho pensato che fosse addirittura irraggiungibile. 

Finalmente arrivo a Capoliveri, la piazza è invasa dagli stand e da una folla di atleti stanchi ma felici, infangati, orgogliosi. La mia amica S. mi presenta la sua amica T. che ha appena finito la gara. Domani faremo un giro insieme a vedere una casa sull’albero (costruita da un tedesco che di mestiere costruisce i palchi dei concerti rock) dove i novelli sposi passeranno un week-end molto speciale, una specie di luna di miele primitiva. 

Al traguardo della Legend Cup vedo in giro dei pezzi d’uomo in tenuta Rosti e mi trattengo dall’andare a fare la scema. Intanto a Bologna i miei insider hanno terminato la prova, ma non si fanno sentire. Roglic in rosa. Nibali non male. Riprovo a sentire le mie fonti, quelli che dovrebbero confessarmi “a cosa pensa veramente un corridore in gara”. 

Ovviamente tutti inizialmente mi hanno detto: «non pensi a niente, cioè pensi alla gara, alle gambe, ai tempi, agli avversari, ai compagni, alla bici». 

D’accordo. Ma in ore e ore sui pedali, cosa ti dice il tuo inconscio? Che rimandi ti dà un volto, un paesaggio, un odore? I tuoi problemi di soldi, d’amore, di salute non pedalano ogni istante con te? Davvero riesci a escludere tutto? 

Alle nove di sera mi arriva un lungo vocale dal “patetico”. 

Il “patetico” è un gregario non più giovanissimo che dopo una vita come tombeur du femme si ritrova dall’altra parte, innamorato marcio di una femme fatale che lo tratta come lui ha sempre trattato le altre. Con questo Giro il suo intento è di “guarire”, possibilmente “dimenticarla”, e comunque liberarsi da questa “specie di schiavitù”, il mal d’amore. Qui sotto la trascrizione del suo primo contributo. 

Inizio tutto bene, tutto sotto controllo, sono nei tempi previsti, arrivo alla curva delle Orfanelle, inizia la salita a San Luca, e ancora va tutto bene. La salita, la strada stretta, le persone ai lati come onde che si aprono al tuo passaggio, volti, figure che ti appaiono davanti, e si ritraggono. Succede a metà della rampa, nel tratto più ripido. Una chioma, un profilo di donna, so che non è lei, non può essere lei, ma in quell’istante vedo lei, rivedo lei, e subito nelle orecchie e in testa ho questa canzone - Ti incontro per strada e divento triste / Perché poi penso che te ne andrai / Vorrei essere il vestito che porterai / Il rossetto che userai  / Vorrei sognarti come non ti ho sognato mai / Vorrei essere l'acqua della doccia che fai / Le lenzuola del letto dove dormirai – ed è come se fossi altrove, come tornare a quel momento, la prima volta che l’ho vista, esattamente così, una chioma, uno sguardo nella folla... 

Una chioma nella folla, e mi capita di continuo, ce ne sono tantissime di ragazze e donne con una chioma così, e ogni volta perdo un colpo al cuore, e anche sulla rampa di San Luca per un istante ho perso la pedalata, ho visto subito che stavo mandando in malora tutto ancora prima di cominciare, una vergogna, ritirato alla prima tappa, oltre il tempo massimo... perché sotto sotto la tentazione c’è stata, ci sarà ancora, la tentazione di ritirarmi, e così andare a cercarla, vederla... anche se mi sono detto, e le ho detto, che in ogni caso non ci saremmo visti né sentiti né messaggiati per tutta la durata del Giro... mi sono alzato sui pedali, più che altro per vedere meglio davanti a me, come quel giorno quando ho rincorso la sua chioma nella folla contromano sotto i portici, e ho pensato solo che al traguardo l’avrei vista, lei si sarebbe girata sorridendomi... - Voglio sognarti come non ti sogno mai / Essere l'anello che porterai / Vorrei essere il motore della tua macchina / Così di colpo mi accenderai/ Vorrei esser la tomba quando morirai / E dove abiterai / Il cielo sotto il quale dormirai / Così non ci lasceremo mai / Neanche se muoio e lo sai/ Tu, tu non mi basti mai / Davvero non mi basti mai -

Domenica, seconda tappa. 

Vince in volata Ackermann e mi sembra un film già visto, ma con qualcosa che non mi quadra. Io nella mia giovane ignoranza devo avere delle sinapsi troppo automatizzate. Nella mia testa Ackermann in realtà era Kittel. Il superman teutonico che vince le volate avendo dei pistoni giganti che fanno girare a mille le bielle, cioè i pedali. Kittel che tutti i giorni occupa mezza pagina sulla Gazzetta, il giornale sportivo più venduto al mondo, il giornale che ha ideato e organizzato il Giro d’Italia fin dal 1909. Su questa mezza pagina pubblicitaria Kittel ti invita a “combattere per i tuoi capelli”. Diciamo che è uno dei testimonial top del Giro: che però a questo Giro non c’è. Dov’è finito Kittel? 

Sul web trovo il comunicato scritto da Kittel, e quasi mi commuovo:  

“Su mia richiesta la Katusha-Alpecin ed io abbiamo mutuamente deciso di terminare il mio contratto. Negli ultimi due mesi ho avuto la sensazione di essere esausto. Al momento non sono in grado di allenarmi o correre al più alto livello. Ho deciso di prendermi una pausa e prendermi del tempo per me, i miei obiettivi ed un progetto per il futuro. E’ stato un lungo percorso per prendere quella decisione, che mi ha portato a farmi molte domande su come e dove volevo andare come persona ed atleta e cosa fosse realmente importante per me. Amo il ciclismo e la passione per questo bellissimo sport resterà, ma so anche cosa mi viene richiesto e cosa è necessario per essere competitivo. A dispetto di tutte le insicurezze ho fiducia che troverò nuove sfide e possibilità. Questa è la più grande sfida della mia carriera e la accetto.”

Domande pesanti per il mio professore:  

«Che senso ha un testimonial che invita a combattere, mentre nella realtà si arrende?»

«Che senso ha un super-eroe abbattuto dalla depressione, come un comune mortale?» 

Non so rispondere. Da un lato mi dico: non hanno un piano B, un testimonial di riserva, questi grandi sponsor che spendono grandi soldi? O forse, ipotesi complottista, il campione depresso che si ritira è un soggetto più credibile, più simile all’uomo comune che deve combattere per i suoi capelli? Difficile.  Ad ogni modo situazioni come questa segnalano che siamo in un corto circuito. Ci dicono che gli sponsor servono a far funzionare il circo.  Ma il caso Kittel smentisce clamorosamente questa certezza. C’è qualcosa di molto malato nel profondo, sempre più ci sono troppi atleti psicologicamente a pezzi. 

Lunedi, terza tappa.

La tappa del VAR, la video sorveglianza sportiva, la nuova frontiera che sta stravolgendo il calcio, il vero carico pesante della videocrazia dominante. 

Tocca a Viviani essere di fatto il primo sprinter squalificato non da una giuria ma da una tecnologia. A differenza che nel calcio, dove la VAR è una camera nera, al Giro la VAR è un furgoncino bianco. Ma è stato lo stesso Viviani ad auto-denunciarsi, forse nel tentativo di pre-giustificarsi, nell’intervista a caldissimo:

«Mi spiace di aver toccato involontariamente...» 

Lì tutti abbiamo pensato: ciao Elia! E infatti pochi minuti dopo il VAR gli toglieva la vittoria, e in più lo salassava di -50 punti nella classifica ciclamino. Le immagini parlavano chiaro. Vedi Viviani che uscendo dalla ruota di Ackermann si sposta esageratamente e finisce per tagliare la strada al corridore che veniva da dietro, che deve smettere di pedalare per non centrarlo. Situazione surreale, con vittoria assegnata a Gaviria, che non si trova, e che non gradisce vincere così. Ripensandoci poi, tutta la vicenda sembra una campagna ben orchestrata per dare credibilità alla nuova tecnologia. Corsa italiana, vittoria italiana, giudici italiani: quale occasione migliore per lanciare il nuovo prodotto? Super partes!

La sera mi arriva un messaggio del “patetico”. Dice che il gruppo lo sta guarendo. Pedalare in gruppo è la salvezza, ripete più volte. 

Tu ci hai visto Sophie, hai sentito il respiro, il fruscio del gruppo che passa; hai sentito il brivido, la sferzata, la potenza inquietante di questa creatura informe che si compatta e si distende, si sfrangia e si frantuma e poi si ricompone, come una materia viva, pulsante...

Dovresti provare Sophie, tu che sei così attenta alla vita interiore, cosa vuol dire far parte 

di uno sciame, uno stormo, cosa succede, cosa fa il tuo corpo, cos’è la tua intelligenza dentro 

questa massa mobile, pastosa, inafferrabile, lanciata, un’entità senza identità, chi sei, dove finisci, cosa fai, come ti muovi nel gruppo... questo organismo è dotato di una sua forma di vita, e questa forma di vita ti ingloba, ti riduce e ti amplifica, tu non esisti più, tu sei il gruppo. 

Martedi e mercoledi, quarta e quinta tappa. 

Due giorni in cui succede di tutto. Pioggia, polemiche, cadute. E poi la bomba Anderlass. 

Prima polemica, il nostro Frapporti, che era in fuga con 12 minuti di vantaggio, e maglia rosa virtuale, e discrete possibilità di aggiudicarsi la tappa. Molto seccato, a fine tappa dichiara: «Non è possibile continuare così». 

«Il gruppo è ritornato sotto grazie agli aiuti». 

In 5 chilometri il vantaggio si riduce a soli 5 minuti. Come è potuto accadere? Frapporti e gli altri due in fuga andavano a 50 all’ora, non era possibile che il gruppo recuperasse così tanto. 

«Il perché me l’hanno spiegato in albergo i miei compagni di squadra: oltre alla moto Rai davanti al gruppo s’è piazzata davanti una grossa auto che in pratica ha trainato il gruppo. I miei compagni mi hanno detto che si viaggiava a 75 orari in un tratto non in discesa, velocità impossibili in bici se non dietro motori».

Parole pesanti, cui pochi hanno dato peso, perché la maxi caduta a pochi chilometri dal traguardo ha poi catalizzato tutta l’attenzione mediatica. Nibali ha rischiato parecchio, si è salvato con grandissima perizia, e all’arrivo ha puntato il dito contro Puccio, che ha innescato la caduta.

«Il mio Giro d’Italia poteva finire oggi» dixit lo Squalo. 

«Puccio si guarda in giro… stavamo andando a 65 all’ora, forse anche di più. Sì è girato indietro, per vedere dove fossero i suoi giovani. Giustamente uno si gira indietro così, con nonchalance. Solo che ha sdraiato mezzo gruppo». 

Chi paga il prezzo più alto è Dumoulin, che poi dovrà ritirarsi. 

E arriviamo alla bomba Anderlass, l’indagine sul doping che ferma gli sloveni Koren e Bozic, rispettivamente gregario e direttore sportivo del team di Nibali. Ma anche l’ex velocista Petacchi, oggi commentatore Rai. Coinvolti 21 atleti di 8 paesi e 5 sport diversi.

Molto strano che l’UCI venga a sapere dell’indagine, che è in corso da tempo, solo oggi, e dalle pagine dei giornali, e durante una grande corsa. Potevano fermarli prima, no?

Sui giornali si leggono reportage spaventosi, dove la Slovenia viene dipinta come la nuova frontiera del doping (e intanto per il leader della corsa, lo sloveno Roglic, che va il doppio degli altri, si spendono aggettivi come “mostruoso, sovrumano, una macchina”...). 

Leggo di personaggi-intermediari che trattano tre tipi di atleti: i ciclisti, i cavalli, e i cammelli! Cammelli? Si, le corse per cammelli rappresentano un business importante in zona emirati arabi.  Un capitolo triste, umanamente triste, di affaristi e di furbastri, di scoppiati e di disperati in cerca di un ingaggio, ma anche di big dalla faccia pulita con le sacche negli armadi e i centri trasfusione in camper anonimi.

«Il problema è che c’è un vuoto filosofico».

«Scusa, hai detto filosofico?».

Si, parola del mio professore. Il ciclista lavora con il suo corpo, ma non sa come deve considerare questo suo corpo. 

«Il corpo biologico di un animale, o un corpo-macchina?».

Il rapporto con il mezzo meccanico è dialettico od osmotico? 

E cosa rappresenta il ciclismo? Uno strumento di affermazione dell’autenticità umana (fatica, volontà, allenamento, coraggio, rispetto...) o una messa in scena spettacolare e business delle nuove frontiere prestazionali tecnologico/scientifiche, poi applicabili a qualsiasi aspetto umano, dal lavoro all’intrattenimento?

Contano di più gli ingredienti “umani-animali” (sentimenti, istinto, tenacia...) o quelli tecno-chimici (programmi, sostanze, computer...). Che cosa è doping? Il confine è labile, le regole cambiano, facile che attecchisca la mentalità e la modalità dei rispettare le regole aggirandole, essere più avanti dei divieti, insomma, per non farsi beccare. 

Il tema è quello dell’uomo-macchina. In questo senso il ciclismo è uno sport di confine e il ciclista (inteso come corpo unico di bici e atleta) è una creatura mitologica, metà uomo e metà macchina (o cavallo) e capisci che la tendenza, la logica umana dell’andare oltre, del superare, porta a rendere sempre più prestazionale sia il mezzo che l’uomo, e con ogni mezzo! Cosa diventerà il ciclista? Automa, robot, clone, umanoide, cyborg, replicante? Non sono parole-sinonimi, sono tutti format molto diversi, che significano identità diverse. 

Questo vuoto filosofico sul senso del ciclismo in quanto sport (sia come fatto pubblico/mediatico che come attività personale/fisica) è alla base delle ambiguità, delle incertezze, delle ipocrisie, dei dubbi, delle zone grigie. Di tutto quello che non capisco.

Giovedi, sesta tappa

Giornata mitologica, con la vittoria di Masnada, una vittoria in maglia Rosti, la prima al Giro. 

«Ma perché Masnada a caldo ha detto quello che ha detto?». 

Il nostro campione fresco di vittoria si è messo a parlare sotto i riflettori del suo prossimo futuro in qualche grande squadra. Non è stato molto bello. 

Il mio professore dice: i grandi eventi sportivi planetari, i Mondiali di calcio e la Champions League, la Formula1 e la MotoGp, i tornei di tennis e il World Tour di ciclismo, sono la materia prima della mitologia contemporanea, rappresentano valori e sfide, mentre i grandi campioni sono come antichi eroi, più vicini agli Dei che ai comuni mortali. 

«Le loro imprese servono a far sognare miliardi di persone».

La dinamica principale di questa mitologia è semplice: ci sono i superbig invincibili delle grandi squadre dei grandi sponsor, la lotta è tra di loro. Rappresentano i personaggi di un cast. C’è quello più bello, quello più antipatico, c’è il giovane, c’è l’esperto. Roglic, Nibali, Yates, Dumoulin, Lopez. Sono i grandi condottieri dei grandi eserciti. Rappresentano la forza, il potere, il dominio. Sono in grado di accontentare i grandi sponsor, sono come le grandi aziende che governano il mercato. 

Poi ci sono le sorprese. Gli emergenti, i nomi nuovi, quelli che portano valori autentici, ribelli, desiderosi di fare un’impresa inaspettata, non ancora contaminati dal “sistema”.  Si tratta della stessa dinamica tra “main stream” e “indie” che riguarda la musica, la moda, il design, la tecnologia e ogni settore d’innovazione. Piccoli team indipendenti che sconfiggono le grandi organizzazioni, nuovi Davide che abbattono vecchi Golia.

Ecco, Masnada, l’Androni, Rosti hanno fatto questa impresa, hanno battuto i giganti. Il momento della vera fierezza, dell’orgoglio, il momento per gratificare tutti coloro che nella vita quotidiana ogni giorno lottano contro i giganti...

E invece il nostro sorridente dice, ammette che non vede l’ora di essere dall’altra parte, nelle schiere dei dominatori...

«Dovevo dirtelo Giovanni: dopo la pazza gioia, subito dopo la pazza gioia, sentire quelle parole mi ha fatto venire la tristezza muta». 

Parlare di futuro “mains-stream” quando nel presente hai appena compiuto un’impresa “indie” è qualcosa di assolutamente illogico, oltre che deprimente. No, proprio non ho capito se è stata un’ingenuità, o una malizia. 

«Qualcuno l’ha capito? Tu l’ha capito?» 

Poi leggi quel che aveva dichiarato Roglic prima della tappa, e ti cadono le braccia, Roglic ha voluto cedere la Maglia Rosa per evitare di dover perdere tempo al termine di ogni tappa con premiazioni ed interviste”. 

Capisci? il nuovo campione sta dicendo agli organizzatori che premiazioni e interviste vanno fatte in altro modo. E la fuga vincente di Masnada e Conti viene etichettata come una “fuga bidone”, cioè “una fuga condotta da gregari senza eccessive ambizioni e che per motivi vari permette a chi la lancia di guadagnare un grande vantaggio, capace di influire sulla classifica generale finale”.

Alla fine della giornata ho sentimenti controversi su Roglic. 

L’anno scorso mi ero innamorata di lui per come andava in discesa. Quest’anno è diventato un big, ma sembra appartenere a un altro sport. Troppo figo, troppo perfetto, spaventosamente sicuro di sé, mi pare più uno da motocross o da surf.

Venerdi, settima tappa

Mentre al Giro succede poco, io ho girato tutto il giorno per Roma in sella a una Gravel. 

«Andare in giro in bici a Roma è impossibile».

Non sai mai dove andare. Sui marciapiedi non c’è spazio, troppa gente. Corsie ciclabili non esistono. Corsie per taxi, bus e tram non esci vivo. Carreggiate normali costellate di buche, pavé, rattoppi, binari, ghiaia, tombini sdrucciolevoli con grate giganti, e guidatori che ti guardano male e stringono o ti tagliano la strada con grandissima naturalezza.  

«Come ha fatto Conti, che è romano, a diventare un ciclista?».

Scalo il Gianicolo, e non incontro una bici che è una. Attraverso tutta villa Ada, che è grande come una mezza vallata alpina, e non incontro una bici che è una. Faccio tutto il lungotevere dal Flaminio a Trastevere, 6 km, e non incontro una bici che è una. 

Dopo 3 ore di follia mi fermo in Campo dei Fiori a bere due birre e mi rendo conto che in tutto questo esaurimento l’unica cosa veramente buona è stata la bici, questa Gravel della mia amica P., l’amica romana che lavora in una società che produce documentari e mi ospita nella sua enorme casa in centro a Roma. Poi mi presterà una vecchia Alfa Romeo che deve tornare a Milano, e così tornerò in zona Rosti, è bello avere delle amiche.

Alla terza birra vado su Wikipedia a vedere cosa vuol dire Gravel e vedo che esistono due cittadine tra Piemonte e Lombardia di nome Gravellona. Gravellona Toce e Gravellona Lomelllina. Sono distanti 90 km di terre d’acqua tra Ticino e Lago Maggiore, così ho immaginato di essere il CEO di una mega società eventi sportivi e ho ordinato ai miei executive di inventar fuori un giovedì una nuova gara di culto, la Gravellona-Gravellona-Gravellona, una Gravel Race andata e ritorno. The alone Gravellona Gravel race.

E intanto sotto un diluvio si conclude la tappa. Conti mantiene la rosa, e l’insider mi lascia la sua traccia n.3

Ti dirò come ho fatto a far passare tuti questi chilometri sotto l’acqua. 

Avevo quindici anni, ero in una squadra giovanile ma senza particolare entusiasmo, facevo il minimo e senza passione. Quell’estate al mare per la prima e unica volta in vita mia mi innamoro. La mia prima storia d’amore. Niente sesso ancora, solo qualche accenno, ma un trasporto totale, ore e ore a baciarci al chiaro di luna. 

Lei era di un’altra città, ma nel mese successivo sarebbe andata in villeggiatura in montagna da sua zia, a 80 km dalla mia città. Sarei andato a trovarla. In bici. Arriva il giorno stabilito, cioè stabilito da me, perché volevo farle una sorpresa.

All’andata continuavo a dirmi ma quanto sei veloce, ma stai andando proprio forte, erano 80 chilometri con diversi tratti da scollinare, e andavo come mai mi era sembrato di andare, e tanta era la voglia di vederla che bruciavo la strada, e in men che non si dica arrivo, e trovo la casa – lei mi aveva spiegato, poi chiaramente mi chiami, aveva detto, ma io avevo memorizzato esattamene le info e non l’avevo chiamata, volevo farle una sorpresa totale, come nei film, come negli spot – e così c’è sua zia che mi dice vai in pineta, è con la sua compagnia in pineta e allora vado in pineta con la mia bici da corsa e in pineta vedo questa scena... scusa Sophie, non ce la faccio, ti manderò più tardi o domani la fine della storia.

Sabato e Domenica, ottava e nona tappa. 

Sabato la tappa più lunga, vince Ewan, Viviani ancora battuto. Domenica cronometro Riccione-San Marino. Qualcosa succederà. Sono in un bar al Testaccio.

«Il Giro comincia oggi». 

Così sostiene Giuseppe Saronni in tv. 

«Chi è?» chiedo.

«Uno che quando tu non eri ancora nata aveva già vestito 50 volte la maglia rosa».

Bene. Quando partono i top rider, Campenaerts ha il tempo da battere. Poi sarà bello vedere se i “bidoni” reggeranno.

Intanto navigo in rete. Titolo di un sito: oggi Roglic vuole ammazzare il Giro. 

Nel momento clou, con Yates, Nibali e Roglic in gara, la pioggia è battente. Roglic guadagna. Nibali tiene. Yates e Lopez pagano parecchio. Masnada si difende. Conti mantiene la rosa, Carboni perde la bianca, e la raccoglie il nostro Peters, in abito Rosti. 

Lo Squalo: «il Giro comincia adesso».

E l’insider mi manda il finale della storia del suo primo amore.

E così arrivo in pineta sulla mia bici da corsa e vedo questa scena: lei sulla sella di uno scooter, e uno addosso a lei, in piedi, che la bacia, la bacia e anche altro, e io lì come un guardone, di gesso, di sale, morto, non so come ho fatto a girare la bici, e tornare indietro, e tornando indietro all’inizio andavo pianissimo, mi sembrava di essere pinocchio, poi cominciato a spingere, avevo voglia di piangere, e allora spingevo ancora più forte, come volessi farmi saltare i muscoli, le gambe, il cuore, la testa, la pancia, qualcosa, e invece non sono scoppiato, sono arrivato a casa ancora in meno tempo dell’andata e dopo due giorni avevo una gara, e l’ho vinta come niente, quell’esperienza mi aveva girato qualcosa in testa, o non so dove, il direttore sportivo mi guardava strano, hai preso qualcosa mi aveva chiesto, no, ma da quel giorno ho cominciato a pensare che potevo fare il professionista.

Ecco, nella tappa di oggi, se vuoi saperlo, nella sofferenza della tappa di oggi, pioggia dall’inizio alla fine, io ho ripercorso il tragitto di quel giorno di quasi vent’anni fa. Qualcosa che avevo dimenticato. Sono già stato innamorato come un bambino. La differenza è che allora ero un bambino. Adesso invece...

Adesso invece mi metto alla guida di questa vecchia Alfa, e vengo in zona Rosti. 

Ho voglia di vedere un Giro con più sole, più coraggio, più passione. 

Metto un CD dei Nirvana e chiudo questa prima settimana con una citazione da Mark Fischer (da “È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”):

Abbiamo a che fare con la programmazione e la modellazione preventiva da parte della cultura dominante dei desideri, delle aspirazioni, delle speranze. Prendiamo quelle aree culturali alternative o indipendenti che replicano gesti di ribellione e contestazione: oggi non denotano più qualcosa di estraneo alla cultura dominante, sono semmai semplici stili interni al main-stream, gli stili dominanti del main-stream di domani. 

Nessuno ha incarnato e sofferto questo stallo più di Kurt Cobain. Con la sua rabbia senza scopo, il leader dei Nirvana è la voce di questo avvilimento che attanaglia tutta una generazione... Cobain sapeva di essere soltanto un altro ingranaggio dello spettacolo. Qui persino il successo equivale al fallimento, perché avere successo significa solo che sei la carne di cui si nutre il sistema. Perciò, l’immensa rabbia esistenziale di Kurt Cobain...

A presto Giovanni!

Sophie

Correlati per Tag

Commenti

Nessun commento in questo momento!

Lascia il tuo commento

Domenica Lunedi Martedì Mercoledì Giovedi Venerdì Sabato Gennaio Febbraio Marzo Aprile Può Giugno luglio Agosto Settembre Ottobre Novembre Dicembre
close Shopping Cart
close Shopping Cart

Nuovo Registro conti

Hai già un account?
Entra invece O Resetta la password